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Home Page > Documenti utili > Pastorale del Turismo, del Tempo libero, dell'Ambiente e del Sociale > Ufficio CEI per la Pastorale del Tempo libero, Turismo e Sport > Educare alla vita buona del Vangelo

Educare alla vita buona del Vangelo

 

Conferenza Episcopale Italiana

EDUCARE ALLA VITA BUONA DEL VANGELO

Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano

per il decennio 2010-2020

1

PRESENTAZIONE

Gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 intendono offrire alcune linee di

fondo per una crescita concorde delle Chiese in Italia nell’arte delicata e sublime dell’educazione.

In essa noi Vescovi riconosciamo una sfida culturale e un segno dei tempi, ma prima ancora una

dimensione costitutiva e permanente della nostra missione di rendere Dio presente in questo mondo

e di far sì che ogni uomo possa incontrarlo, scoprendo la forza trasformante del suo amore e della

sua verità, in una vita nuova caratterizzata da tutto ciò che è bello, buono e vero. È questo un tema a

cui più volte ci ha richiamato Papa Benedetto XVI, il cui magistero costituisce il riferimento sicuro

per il nostro cammino ecclesiale e una fonte di ispirazione per la nostra proposta pastorale.

La scelta di dedicare un’attenzione specifica al campo educativo affonda le radici nel IV

Convegno ecclesiale nazionale, celebrato a Verona nell’ottobre 2006, con il suo messaggio di

speranza fondato sul “sì” di Dio all’uomo attraverso suo Figlio, morto e risorto perché noi avessimo

la vita. Educare alla vita buona del Vangelo significa, infatti, in primo luogo farci discepoli del

Signore Gesù, il Maestro che non cessa di educare a una umanità nuova e piena. Egli parla sempre

all’intelligenza e scalda il cuore di coloro che si aprono a lui e accolgono la compagnia dei fratelli

per fare esperienza della bellezza del Vangelo. La Chiesa continua nel tempo la sua opera: la sua

storia bimillenaria è un intreccio fecondo di evangelizzazione e di educazione. Annunciare Cristo,

vero Dio e vero uomo, significa portare a pienezza l’umanità e quindi seminare cultura e civiltà.

Non c’è nulla, nella nostra azione, che non abbia una significativa valenza educativa.

La scelta dell’Episcopato italiano per questo decennio è segno di una premura che nasce

dalla paternità spirituale di cui siamo rivestiti per grazia e che condividiamo in primo luogo con i

sacerdoti. Siamo ben consapevoli, inoltre, delle energie profuse con tanta generosità nel campo

dell’educazione da consacrati e laici, che testimoniano la passione educativa di Dio in ogni campo

dell’esistenza umana. A ciascuno consegniamo con fiducia questi orientamenti, con l’auspicio che

le nostre comunità, parte viva del tessuto sociale del Paese, divengano sempre più luoghi fecondi di

educazione integrale.

Maria, che accompagnò la crescita di Gesù in sapienza, età e grazia, ci aiuti a testimoniare la

vicinanza amorosa della Chiesa a ogni persona, grazie al Vangelo, fermento di crescita e seme di

felicità vera.

Roma, 4 ottobre 2010

Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia

Angelo Card. Bagnasco

Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

2

INTRODUZIONE

Alla scuola di Cristo, maestro e pedagogo

1. Nel corso dei secoli Dio ha educato il suo popolo, trasformando l’avvicendarsi delle stagioni

dell’uomo in una storia di salvezza: «Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati

solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila che

veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali. Il

Signore, lui solo lo ha guidato, non c’era con lui alcun dio straniero» (Dt 32,10-12).

Di questa storia noi ci sentiamo partecipi.

La guida di Dio, in tutta la sua forza e tenerezza, si è fatta pienamente e definitivamente

visibile in Gesù di Nazaret. Clemente Alessandrino, un autore del II secolo, gli attribuì il titolo di

“pedagogo”: è Lui il maestro e il redentore dell’umanità, il pastore le cui orme guidano al cielo.

Clemente individua nella Chiesa, sposa e madre del maestro, la “scuola” dove Gesù insegna,

e conclude con questa esortazione: «O allievi della divina pedagogia! Orsù, completiamo la bellezza

del volto della Chiesa e corriamo, noi piccoli, verso la Madre buona; diventando ascoltatori del

Logos, glorifichiamo il divino piano provvidenziale, grazie al quale l’uomo viene sia educato dalla

pedagogia divina che santificato in quanto bambino di Dio: è cittadino dei cieli, mentre viene

educato sulla terra; riceve lassù per Padre colui che in terra impara a conoscere»TPF

1

FPT.

Mentre risuonano in noi le parole del Vangelo – «uno solo è il vostro Maestro e voi siete

tutti fratelli» (Mt 23,8) – vorremmo poter dire con Sant’Agostino: «Parliamo a voi come a

condiscepoli alla stessa scuola del Signore… Sotto questo Maestro, la cui cattedra è il cielo – è per

mezzo delle sue Scritture che dobbiamo essere formati – fate dunque attenzione a quelle poche cose

che vi dirò»TPF

2

FPT.

All’educazione, dunque, intendiamo dedicare questo decennio.

Un rinnovato impegno ecclesiale

2. Da sempre la Chiesa riserva peculiare attenzione all’educazione. La nostra scelta intende, in

particolare, riproporre e approfondire l’insegnamento del Concilio Vaticano II: «La santa madre

Chiesa, nell’adempimento del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare

il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi

dell’intera vita dell’uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione

soprannaturale; essa perciò ha un suo compito specifico in ordine al progresso e allo sviluppo

dell’educazione»TPF

3

FPT.

Molti passi del recente cammino della Chiesa in Italia hanno trovato convergenza sul tema

educativo. Il decennio appena concluso è stato illuminato dall’esperienza spirituale del Grande

Giubileo del 2000, che incoraggiava a “prendere il largo”, come fecero un giorno gli Apostoli,

rispondendo all’invito del Signore (cfr Lc 5,4). La coincidenza del Giubileo con l’inizio del nuovo

millennio ha aiutato a collocare con ancora maggiore chiarezza il mistero di Cristo nel grande

orizzonte della storia della salvezza. Il cristianesimo, infatti, è religione calata nella storia. Lo

scriveva Giovanni Paolo II, spiegando che l’incarnazione del Figlio nel grembo di Maria, culminata

nella Pasqua e nel dono dello Spirito, «costituisce il cuore pulsante del tempo, l’ora misteriosa in

TP

1

PT CLEMENTE ALESSANDRINO, Pedagogo III, 99, 1.

TP

2

PT SANT’AGOSTINO, Discorso 270, 1.

TP

3

PT CONCILIO VATICANO II, Dichiarazione Gravissimum educationis, proemio.

3

cui il Regno di Dio si è fatto vicino (cfr Mc 1,15), anzi ha messo radici, come seme destinato a

diventare un grande albero (cfr Mc 4,30-32), nella nostra storia»TPF

4

FPT.

Frutto di questa consapevolezza sono stati gli Orientamenti pastorali pubblicati nel 2001,

Comunicare il Vangelo in un mondo che cambiaTPF

5

FPT. A essi seguì nel 2004 la Nota pastorale Il volto

missionario delle parrocchie in un mondo che cambiaTPF

6

FPT, dove l’attenzione si rivolgeva in modo

speciale a queste comunità, perché in esse trova concretezza la vocazione della Chiesa a essere

segno della fecondità del Vangelo nel territorio.

Al centro del decennio, si è situato il IV Convegno ecclesiale nazionale, tenuto a Verona

nell’ottobre 2006. In esso si è manifestato il volto di «un popolo in cammino nella storia, posto a

servizio della speranza dell’umanità intera, con la multiforme vivacità di una comunità ecclesiale

animata da una sempre più robusta coscienza missionaria»TPF

7

FPT. A Verona siamo stati sostenuti dalla

parola di Benedetto XVI, il quale ci ha riproposto il grande che in Gesù Cristo «Dio ha detto

all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza»TPF

8

FPT.

3. Alla luce di questa esperienza, sono state focalizzate alcune scelte di fondo: il primato di Dio

nella vita e nell’azione delle nostre Chiese, la testimonianza quale forma dell’esistenza cristiana e

l’impegno in una pastorale che, convergendo sull’unità della persona, sia in grado di «rinnovarsi nel

segno della speranza integrale, dell’attenzione alla vita, dell’unità tra le diverse vocazioni, le

molteplici soggettività ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana»TPF

9

FPT. Al tempo

stesso ha incontrato un consenso crescente l’opzione di declinare la testimonianza nel mondo

secondo gli ambiti fondamentali dell’esistenza umana, cercando nelle esperienze quotidiane

l’alfabeto per comporre le parole con le quali ripresentare al mondo l’amore infinito di DioTPF

10

FPT.

In tal modo si è fatta strada la consapevolezza che è proprio l’educazione la sfida che ci

attende nei prossimi anni: «ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari

formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una

nuova attenzione per gli adulti»TPF

11

FPT.

Il Santo Padre ci incoraggia in questa direzione, mettendo in evidenza l’urgenza di dedicarsi

alla formazione delle nuove generazioni. Egli riconosce che l’educare, se mai è stato facile, oggi

assume caratteristiche più ardue; siamo di fronte a «una grande ‘emergenza educativa’, confermata

dagli insuccessi a cui troppo spesso vanno incontro i nostri sforzi per formare persone solide, capaci

di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita»TPF

12

FPT.

4. Queste ragioni ci inducono a impegnarci nel decennio pastorale 2010-2020 in

un’approfondita verifica dell’azione educativa della Chiesa in Italia, così da promuovere con

rinnovato slancio questo servizio al bene della società. In piena docilità allo Spirito, vogliamo

operare con disponibilità all’ascolto e al dialogo, mettendo a disposizione di tutti la buona notizia

dell’amore paterno di Dio per ogni uomo.

TP

4

PT GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Novo millennio ineunte, 6 gennaio 2001, n. 5.

TP

5

PT CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Orientamenti pastorali

dell’Episcopato italiano per il primo decennio del 2000, 29 giugno 2001.

TP

6

PT CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 30

maggio 2004.

TP

7

PT CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, “Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni del grande “sì” di Dio

all’uomo. Nota pastorale dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale, 29 giugno 2007, n. 1.

TP

8

PT BENEDETTO XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, Verona, 19 ottobre 2006.

TP

9

PT“Rigenerati per una speranza viva”, n. 4.

TP

10

PT Cfr ib., n. 12.

TP

11

PT Ib., n. 17.

TP

12

PT BENEDETTO XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21 gennaio 2008.

4

In qualità di pastori, posti a servizio delle comunità che ci sono affidate, proponiamo le

nostre riflessioni sull’educazione a partire dall’incontro con Gesù Cristo e il suo Vangelo, del quale

quotidianamente sperimentiamo la forza sanante e liberante.

A noi sta a cuore la proposta esplicita e integrale della fede, posta al centro della missione

che la Chiesa ha ricevuto dal Signore. Questa fede vogliamo annunciare, senza alcuna imposizione,

testimoniando con gioia la bellezza del dono ricevuto, consapevoli che porta frutto solo quando è

accolto nella libertà.

Il Vangelo fa emergere in ognuno le domande più urgenti e profonde, permette di

comprenderne l’importanza, di dare un ordine ai problemi e di collocarli nell’orizzonte della vita

sociale.

Una speranza affidabile, anima dell’educazione

5. Tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c’è la cura del bene delle persone, nella

prospettiva di un umanesimo integrale e trascendenteTPF

13

FPT. Ciò comporta la specifica responsabilità di

educare al gusto dell’autentica bellezza della vita, sia nell’orizzonte proprio della fede, che matura

nel dono pasquale della vita nuova, sia come prospettiva pedagogica e culturale, aperta alle donne e

agli uomini di qualsiasi religione e cultura, ai non credenti, agli agnostici e a quanti cercano Dio.

Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante,

perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità. Educare comporta la preoccupazione che

siano formate in ciascuno l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo

abbia il coraggio di decisioni definitiveTPF

14

FPT. Riecheggia in queste parole l’insegnamento del Concilio

Vaticano II: «Ogni uomo ha il dovere di tener fermo il concetto della persona umana integrale, in

cui eccellono i valori della intelligenza, della volontà, della coscienza e della fraternità, che sono

fondati tutti in Dio Creatore e sono stati mirabilmente sanati ed elevati in Cristo»TPF

15

FPT.

Non ignoriamo, certo, le difficoltà che l’educazione si trova oggi a fronteggiare. Fra queste,

spicca lo scetticismo riguardo la sua stessa possibilità, sicché i progetti educativi diventano

programmi a breve termine, mentre una corrente fredda scuote gli spazi classici della famiglia e

della scuola. Noi stessi ne siamo turbati e sentiamo l’esigenza impellente di ribadire il valore

dell’educazione proprio a partire da questi suoi luoghi fondamentali.

Come pastori della Chiesa il nostro pensiero va pure a tutte le altre resistenze, provocate dal

peccato che distoglie e indebolisce la volontà dell’uomo e lo induce ad azioni malvagieTPF

16

FPT. Cogliamo

in tutta la loro gravità le parole del Papa, quando avverte che «oggi la nostra speranza è insidiata da

molte parti e rischiamo di ridiventare anche noi, come gli antichi pagani, uomini ‘senza speranza e

senza Dio in questo mondo’, come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani di Efeso (Ef 2,12). Proprio

da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi

dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita»TPF

17

FPT.

«Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile»TPF

18

FPT.

La sua sorgente è Cristo risuscitato da morte. Dalla fede in lui nasce una grande speranza per

l’uomo, per la sua vita, per la sua capacità di amare. In questo noi individuiamo il contributo

specifico che dalla visione cristiana giunge all’educazione, perché «dall’essere ‘di’ Gesù deriva il

profilo di un cristiano capace di offrire speranza, teso a dare un di più di umanità alla storia e pronto

TP

13

PT Cfr BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, 29 giugno 2009, n. 18.

TP

14

PT Cfr BENEDETTO XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana.

TP

15

PT CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 61.

TP

16

PT Cfr ib., n. 13.

TP

17

PT Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione.

TP

18

PT Ib.

5

a mettere con umiltà se stesso e i propri progetti sotto il giudizio di una verità e di una promessa che

supera ogni attesa umana»TPF

19

FPT.

Mentre, dunque, avvertiamo le difficoltà nel processo di trasmissione dei valori alle giovani

generazioni e di formazione permanente degli adulti, conserviamo la speranza, sapendo di essere

chiamati a sostenere un compito arduo ed entusiasmante: riconoscere nei segni dei tempi le tracce

dell’azione dello Spirito, che apre orizzonti impensati, suggerisce e mette a disposizione strumenti

nuovi per rilanciare con coraggio il servizio educativo.

6. Ci rivolgiamo anzitutto alle nostre comunità, cui intendiamo offrire le linee pastorali che

emergono dalla scelta dell’educazione come attenzione portante di questo decennio e che si

intrecciano con tutto l’agire della Chiesa. Confidiamo in tal modo di offrire una proposta

significativa per ogni persona a cui sta a cuore il futuro dell’umanità e delle nuove generazioni.S

A partire dalle linee guida contenute in questo documento, negli anni a venire saranno

indicati ulteriori approfondimenti e sviluppi su aspetti specifici, connessi con il tema

dell’educazione. Fin da ora chiediamo alle comunità cristiane di procedere alla verifica degli

itinerari formativi esistenti e al consolidamento delle buone pratiche educative in atto.

Invitiamo specialmente i presbiteri e quanti condividono con loro il servizio e la

responsabilità educativa ad accogliere con cuore aperto questi orientamenti: essi non intendono

aggiungere cosa a cosa, ma stimolano a esplicitare le potenzialità educative già presenti, aprendosi

con coraggio alla fantasia dello Spirito e al soffio della missione. Solo un’educazione che aiuti a

penetrare il senso della realtà, valorizzandone tutte le dimensioni, consente di immettervi germi di

risurrezione capaci di rendere buona la vita, di superare il ripiegamento su di sé, la frammentazione

e il vuoto di senso che affliggono la nostra società.

Con umiltà e con vivo senso dei nostri limiti, ma pure con evangelica parresía e confidenza

nel tesoro che il Signore ha posto nelle nostre mani, ci esortiamo a vicenda a metterci a servizio del

Vangelo per l’educazione integrale di quanti vorranno accogliere il dono che abbiamo ricevuto e

che offriamo a tutti.

TP

19

PT “Rigenerati per una speranza viva”, n. 7.

6

Capitolo 1 – Educare in un mondo che cambia

È tempo di discernimento

7. L’opera educativa della Chiesa è strettamente legata al momento e al contesto in cui essa si

trova a vivere, alle dinamiche culturali di cui è parte e che vuole contribuire a orientare. Il “mondo

che cambia” è ben più di uno scenario in cui la comunità cristiana si muove: con le sue urgenze e le

sue opportunità, provoca la fede e la responsabilità dei credenti. È il Signore che, domandandoci di

valutare il tempo, ci chiede di interpretare ciò che avviene in profondità nel mondo d’oggi, di

cogliere le domande e i desideri dell’uomo: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito

dite: ‘Arriva la pioggia’, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: ‘Farà caldo’, e così accade.

Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete

valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,54-57).

«Bisogna, infatti, conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue

aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico», ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, indicando

pure il metodo: «Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni

dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione,

possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle

loro relazioni reciproche»TPF

20

FPT. Tutto il popolo di Dio, dunque, con l’aiuto dello Spirito, ha il compito

di esaminare ogni cosa e di tenere ciò che è buono (cfr 1Ts 5,21), riconoscendo i segni e i tempi

dell’azione creatrice dello Spirito. Compiendo tale discernimento, la Chiesa si pone accanto a ogni

uomo, condividendone gioie e speranze, tristezze e angosce e diventando così solidale con la storia

del genere umano.

Mentre sperimentiamo le difficoltà in cui si dibatte l’opera educativa in una società spesso

incapace di assicurare riferimenti affidabili, nutriamo una grande fiducia, sapendo che il tempo

dell’educazione non è finito. Perciò vogliamo metterci alla ricerca di risposte adeguate e non ci

scoraggiamo, sapendo di poter contare su una “riserva escatologica” alla quale quotidianamente

attingere: la speranza che non delude (cfr Rm 5,5).

Così sostenuti, vogliamo prendere coscienza, insieme a tutti gli educatori, di alcuni aspetti

problematici della cultura contemporanea – come la tendenza a ridurre il bene all’utile, la verità a

razionalità empirica, la bellezza a godimento effimero – cercando di riconoscere anche le domande

inespresse e le potenzialità nascoste, e di far leva sulle risorse offerte dalla cultura stessa.

8. Un segno dei tempi è senza dubbio costituito dall’accresciuta sensibilità per la libertà in tutti

gli ambiti dell’esistenza: il desiderio di libertà rappresenta un terreno d’incontro tra l’anelito

dell’uomo e il messaggio cristiano. Nell’educazione, la libertà è il presupposto indispensabile per la

crescita della persona. Essa, infatti, non è un semplice punto di partenza, ma un processo continuo

verso il fine ultimo dell’uomo, cioè la sua pienezza nella verità dell’amore. «L’uomo può volgersi

al bene soltanto nella libertà. I nostri contemporanei stimano grandemente e perseguono con ardore

tale libertà, e a ragione… La dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli

e libere… L’uomo perviene a tale dignità quando, liberandosi da ogni schiavitù di passioni, tende al

suo fine mediante la scelta libera del bene»TPF

21

FPT. Questa ricerca diffusa di libertà e di amore rimanda a

valori a partire dai quali è possibile proporre un percorso educativo, capace di offrire un’esperienza

integrale della fede e della vita cristiana.

Un’autentica educazione deve essere in grado di parlare al bisogno di significato e di felicità

delle persone. Il messaggio cristiano pone l’accento sulla forza e sulla pienezza di gioia (cfr Gv

TP

20

PT Gaudium et spes, n. 4.

TP

21

PT Ib., n. 17.

7

17,13) donate dalla fede, che sono infinitamente più grandi di ogni desiderio e attesa umani. Il

compito dell’educatore cristiano è diffondere la buona notizia che il Vangelo può trasformare il

cuore dell’uomo, restituendogli ragioni di vita e di speranza. Siamo nel mondo con la

consapevolezza di essere portatori di una visione della persona che, esaltandone la verità, la bontà e

la bellezza, è davvero alternativa al sentire comune.

Nei nodi della cultura contemporanea

9. Considerando le trasformazioni avvenute nella società, alcuni aspetti, rilevanti dal punto di

vista antropologico, influiscono in modo particolare sul processo educativo: l’eclissi del senso di

Dio e l’offuscarsi della dimensione dell’interiorità, l’incerta formazione dell’identità personale in un

contesto plurale e frammentato, le difficoltà di dialogo tra le generazioni, la separazione tra

intelligenza e affettività. Si tratta di nodi critici che vanno compresi e affrontati senza paura,

accettando la sfida di trasformarli in altrettante opportunità educative.

Le persone fanno sempre più fatica a dare un senso profondo all’esistenza. Ne sono sintomi

il disorientamento, il ripiegamento su se stessi e il narcisismo, il desiderio insaziabile di possesso e

di consumo, la ricerca del sesso slegato dall’affettività e dall’impegno di vita, l’ansia e la paura,

l’incapacità di sperare, il diffondersi dell’infelicità e della depressione. Ciò si riflette anche nello

smarrimento del significato autentico dell’educare e della sua insopprimibile necessità. Il mito

dell’uomo “che si fa da sé” finisce con il separare la persona dalle proprie radici e dagli altri,

rendendola alla fine poco amante anche di se stessa e della vita.

Le cause di questo disagio sono molteplici – culturali, sociali ed economiche – ma al fondo

di tutto si può scorgere la negazione della vocazione trascendente dell’uomo e di quella relazione

fondante che dà senso a tutte le altre: «Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno

a comprendere chi egli sia»TPF

22

FPT.

Siamo così condotti alle radici dell’“emergenza educativa”, il cui punto cruciale sta nel

superamento di quella falsa idea di autonomia che induce l’uomo a concepirsi come un “io”

completo in se stesso, laddove, invece, egli diventa “io” nella relazione con il “tu” e con il “noi”.

Tale distorsione è stata magistralmente illustrata dal Santo Padre: «Una radice essenziale consiste –

mi sembra – in un falso concetto di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se

stesso, senza imposizioni da parte di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non

entrare in questo sviluppo. In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa

solo dall’altro, l’‘io’ diventa se stesso solo dal ‘tu’ e dal ‘noi’, è creato per il dialogo, per la

comunione sincronica e diacronica. E solo l’incontro con il ‘tu’ e con il ‘noi’ apre l’‘io’ a se stesso.

Perciò la cosiddetta educazione antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così

non viene dato quanto noi siamo debitori di dare agli altri, cioè questo ‘tu’ e ‘noi’ nel quale si apre

l’‘io’ a se stesso»TPF

23

FPT.

10. Oggi la formazione dell’identità personale avviene in un contesto plurale, caratterizzato da

diversi soggetti di riferimento: non solo la famiglia, la scuola, il lavoro, la comunità ecclesiale, ma

anche ambienti meno definiti e tuttavia influenti, quali la comunicazione multimediale e le

occasioni del tempo libero.

La molteplicità dei riferimenti valoriali, la globalizzazione delle proposte e degli stili di vita,

la mobilità dei popoli, gli scenari resi possibili dallo sviluppo tecnologico costituiscono elementi

nuovi e rilevanti, che segnano il venir meno di un modo quasi automatico di prospettare modelli di

identità e inaugurano dinamiche inedite. La cultura globale, mentre sembra annullare le distanze,

TP

22

PT Caritas in veritate, n. 78.

TP

23

PT BENEDETTO XVI, Discorso alla 61P

a

P Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010 (cfr Appendice).

8

finisce con il polarizzare le differenze, producendo nuove solitudini e nuove forme di esclusione

sociale.

Anche i rapporti con culture ed esperienze religiose diverse, resi più intensi dall’aumento dei

flussi migratori e dalla facilità delle comunicazioni, possono costituire una risorsa feconda, da

valorizzare senza indulgere a irenismi e semplificazioni o cedere a eccessivi timori e diffidenze.

Queste condizioni, in cui si colloca oggi il percorso formativo, se comportano maggiore

fatica e rischi inediti rispetto al passato, accrescono lo spazio di libertà della persona nelle proprie

decisioni e fanno appello alla sua responsabilità. Ciò è di fondamentale importanza anche per la

scelta religiosa, perché al centro della relazione dell’uomo con Dio c’è la libertà.

In una società caratterizzata dalla molteplicità di messaggi e dalla grande offerta di beni di

consumo, il compito più urgente diventa, dunque, educare a scelte responsabili. Per questo, sin dai

primi anni di vita, l’educazione non può pensare di essere neutrale, illudendosi di non condizionare

la libertà del soggetto. Il proprio comportamento e stile di vita – lo si voglia o meno – rappresentano

di fatto una proposta di valori o disvalori. È ingiusto non trasmettere agli altri ciò che costituisce il

senso profondo della propria esistenza. Un simile travisamento restringerebbe l’educazione nei

confini angusti del sentire individuale e distruggerebbe ogni possibile profilo pedagogico.

Di fronte agli educatori cristiani, come pure a tutti gli uomini di buona volontà, si presenta,

pertanto, la sfida di contrastare l’assimilazione passiva di modelli ampiamente divulgati e di

superarne l’inconsistenza, promuovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione.

11. In tale contesto è importante individuare un’altra radice dell’emergenza educativa nello

scetticismo e nel relativismo, che Benedetto XVI interpreta come esclusione delle «due fonti che

orientano il cammino umano», cioè la natura e la Rivelazione: «La natura viene considerata oggi

come una cosa puramente meccanica, quindi che non contiene in sé alcun imperativo morale, alcun

orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento

dall’essere stesso. La Rivelazione viene considerata o come un momento dello sviluppo storico,

quindi relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale, o – si dice – forse c’è rivelazione, ma non

comprende contenuti, solo motivazioni. E se tacciono queste due fonti, la natura e la Rivelazione,

anche la terza fonte, la storia, non parla più, perché anche la storia diventa solo un agglomerato di

decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro»TPF

24

FPT.

Per questo, prosegue il Santo Padre, «fondamentale è quindi ritrovare un concetto vero della

natura come creazione di Dio che parla a noi; il Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi

e ci mostra i valori veri. E poi così anche ritrovare la Rivelazione: riconoscere che il libro della

creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è

applicato e fatto proprio nella storia culturale e religiosa, non senza errori, ma in una maniera

sostanzialmente valida, sempre di nuovo da sviluppare e da purificare. Così, in questo ‘concerto’ –

per così dire – tra creazione decifrata nella Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che

sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le

indicazioni per un’educazione che non è imposizione, ma realmente apertura dell’‘io’ al ‘tu’, al

‘noi’ e al ‘Tu’ di Dio»TPF

25

FPT.

12. L’educazione è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni, anzitutto all’interno

della famiglia, quindi nelle relazioni sociali. Molte delle difficoltà sperimentate oggi nell’ambito

educativo sono riconducibili al fatto che le diverse generazioni vivono spesso in mondi separati ed

estranei. Il dialogo richiede invece una significativa presenza reciproca e la disponibilità di tempo.

TP

24

PT Ib.

TP

25

PT Ib.

9

All’impoverimento e alla frammentazione delle relazioni, si aggiunge il modo con cui

avviene la trasmissione da una generazione all’altra. I giovani si trovano spesso a confronto con

figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino

amore e dedizione. A soffrirne di più è la famiglia, primo luogo dell’educazione, lasciata sola a

fronteggiare compiti enormi nella formazione della persona, senza un contesto favorevole e

adeguati sostegni culturali, sociali ed economici. Lo sforzo grava soprattutto sulle donne, alle quali

la cura della vita è affidata in modo del tutto speciale. La famiglia, tuttavia, resta la comunità in cui

si colloca la radice più intima e più potente della generazione alla vita, alla fede e all’amore.

13. La formazione integrale è resa particolarmente difficile dalla separazione tra le dimensioni

costitutive della persona, in special modo la razionalità e l’affettività, la corporeità e la spiritualità.

La mentalità odierna, segnata dalla dissociazione fra il mondo della conoscenza e quello delle

emozioni, tende a relegare gli affetti e le relazioni in un orizzonte privo di riferimenti significativi e

dominato dall’impulso momentaneo. Si avverte, amplificato dai processi della comunicazione, il

peso eccessivo dato alla dimensione emozionale, la sollecitazione continua dei sensi, il prevalere

dell’eccitazione sull’esigenza della riflessione e della comprensione.

Questa separazione tra le dimensioni della persona ha inevitabili ripercussioni anche sui

modelli educativi, per cui educare equivale a fornire informazioni funzionali, abilità tecniche,

competenze professionali. Non raramente, si arriva a ridurre l’educazione a un processo di

socializzazione che induce a conformarsi agli stereotipi culturali dominantiTPF

26

FPT.

Il modello della spontaneità porta ad assolutizzare emozioni e pulsioni: tutto ciò che “piace”

e si può ottenere diventa buono. Chi educa rinuncia così a trasmettere valori e a promuovere

l’apprendimento delle virtù; ogni proposta direttiva viene considerata autoritaria.

Già Paolo VI, indicando alcune linee fondamentali di quella che egli chiamava «l’arte

sovrana di educare», osservava: «Se l’educatore fermasse la sua fatica soltanto ad un paziente,

meticoloso, e, se volete, scientifico rilievo dell’ambiente, in cui oggi il ragazzo svolge la sua vita, fa

la sua esperienza e plasma la sua personalità, non farebbe opera completa... L’educatore non è un

osservatore passivo dei fenomeni della vita giovanile; deve essere un amico, un maestro, un

allenatore, un medico, un padre, a cui non tanto interessa notare il comportamento del suo pupillo in

determinate circostanze, quanto preservarlo da inutili offese e allenarlo a capire, a volere, a godere,

a sublimare la sua esperienza»TPF

27

FPT. Benedetto XVI, a sua volta, spiega che l’educazione non può

risolversi in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella trasmissione di principi; il suo

scopo è, piuttosto, quello di «formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in rapporto con

il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma accresciuta dal

linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione, di un patrimonio interiore

condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta il

pensiero, gli affetti e il giudizio»TPF

28

FPT.

Una vera relazione educativa richiede l’armonia e la reciproca fecondazione tra sfera

razionale e mondo affettivo, intelligenza e sensibilità, mente, cuore e spirito. La persona viene così

orientata verso il senso globale di se stessa e della realtà, nonché verso l’esperienza liberante della

continua ricerca della verità, dell’adesione al bene e della contemplazione della bellezza.

Dall’accoglienza all’integrazione

TP

26

PT Cfr COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE, La sfida educativa. Rapporto-proposta sull’educazione, Laterza, Bari-

Roma 2009, pp. 8-10.

TP

27

PT PAOLO VI, Discorso per il 40° anniversario del Movimento Aspiranti della GIAC, 21 marzo 1964.

TP

28

PT Discorso alla 61P

a

P Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010.

10

14. In questo tempo di grande mobilità dei popoli, la Chiesa è sollecitata a promuovere

l’incontro e l’accoglienza tra gli uomini: «i vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi

hanno una sola origine»TPF

29

FPT.

In tale prospettiva, la nostra attenzione si rivolge in modo particolare al fenomeno delle

migrazioni di persone e famiglie, provenienti da culture e religioni diverse. Esso fa emergere

opportunità e problemi di integrazione, nella scuola come nel mondo del lavoro e nella società. Per

la Chiesa e per il Paese si tratta senza dubbio di una delle più grandi sfide educative.

Come sottolinea Benedetto XVI, «l’avvenire delle nostre società poggia sull’incontro tra i

popoli, sul dialogo tra le culture nel rispetto delle identità e delle legittime differenze»TPF

30

FPT. I diritti

fondamentali della persona devono costituire il punto focale dell’impegno di corresponsabilità delle

istituzioni pubbliche nazionali e internazionali, che riusciranno a offrire prospettive di convivenza

tra i popoli solo «tramite linee oculate e concertate per l’accoglienza e l’integrazione, consentendo

occasioni di ingresso nella legalità, favorendo il giusto diritto al ricongiungimento familiare,

all'asilo e al rifugio, compensando le necessarie misure restrittive e contrastando il deprecabile

traffico di persone»TPF

31

FPT.

All’accoglienza deve seguire la capacità di gestire la compresenza di culture, credenze ed

espressioni religiose diverse. Purtroppo si registrano forme di intolleranza e di conflitto, che talora

sfociano anche in manifestazioni violente. L’opera educativa deve tener conto di questa situazione e

aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la

collaborazione. Particolare attenzione va riservata al numero crescente di minori, nati in Italia, figli

di stranieri.

L’acquisizione di uno spirito critico e l’apertura al dialogo, accompagnati da una maggiore

consapevolezza e testimonianza della propria identità storica, culturale e religiosa, contribuiscono a

far crescere personalità solide, allo stesso tempo disponibili all’accoglienza e capaci di favorire

processi di integrazione.

La comunità cristiana educa a riconoscere in ogni straniero una persona dotata di dignità

inviolabile, portatrice di una propria spiritualità e di un’umanità fatta di sogni, speranze e progetti.

Molti di coloro che giungono da lontano sono fratelli nella stessa fede: come tali la Chiesa li

accoglie, condividendo con loro anche l’annuncio e la testimonianza del Vangelo.

L’approccio educativo al fenomeno dell’immigrazione può essere la chiave che spalanca la

porta a un futuro ricco di risorse e spiritualmente fecondo.

Per la crescita integrale della persona

15. In questo quadro si inserisce a pieno titolo la proposta educativa della comunità cristiana, il

cui obiettivo fondamentale è promuovere lo sviluppo della persona nella sua totalità, in quanto

soggetto in relazione, secondo la grandezza della vocazione dell’uomo e la presenza in lui di un

germe divino. «La vera formazione consiste nello sviluppo armonioso di tutte le capacità dell’uomo

e della sua vocazione personale, in accordo ai principi fondamentali del Vangelo e in

considerazione del suo fine ultimo, nonché del bene della collettività umana di cui l’uomo è

membro e nella quale è chiamato a dare il suo apporto con cristiana responsabilità»TPF

32

FPT. Così la

persona diventa capace di cooperare al bene comune e di vivere quella fraternità universale che

corrisponde alla sua vocazioneTPF

33

FPT.

TP

29

PT CONCILIO VATICANO II, Dichiarazione Nostra aetate, n. 1.

TP

30

PT BENEDETTO XVI, Discorso all’Assemblea Plenaria del HTPontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli

itinerantTHi, 28 maggio 2010.

TP

31

PT Ib.

TP

32

PT PAOLO VI, Discorso alla Federazione Europea per l’educazione cattolica degli adulti, 3 maggio 1971.

TP

33

PT Cfr Gaudium et spes, n. 3; Caritas in veritate, n. 11.

11

Per tali ragioni la Chiesa non smette di credere nella persona umana: «il primo contributo

che possiamo offrire è quello di testimoniare la nostra fiducia nella vita e nell’uomo, nella sua

ragione e nella sua capacità di amare. Essa non è frutto di un ingenuo ottimismo, ma ci proviene da

quella ‘speranza affidabile’ (HTSpe salviTH, 1) che ci è donata mediante la fede nella redenzione operata

da Gesù Cristo»TPF

34

FPT.

Impegnandosi nell’educazione, la Chiesa si pone in fecondo rapporto con la cultura e le

scienze, suscitando responsabilità e passione e valorizzando tutto ciò che incontra di buono e di

vero. La fede, infatti, è radice di pienezza umana, amica della libertà, dell’intelligenza e dell’amore.

Caratterizzata dalla fiducia nella ragione, l’educazione cristiana contribuisce alla crescita del corpo

sociale e si offre come patrimonio per tutti, finalizzato al perseguimento del bene comune.

Le virtù umane e quelle cristiane, infatti, non appartengono ad ambiti separati. Gli

atteggiamenti virtuosi della vita crescono insieme, contribuiscono a far maturare la persona e a

svilupparne la libertà, determinano la sua capacità di abitare la terra, di lavorare, gioire e amare, ne

assecondano l’anelito a raggiungere la somiglianza con il sommo bene, che è Dio Amore.

TP

34

PT BENEDETTO XVI, Discorso alla 59P

a

P Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2009.

12

Capitolo 2 – Gesù, il Maestro

16. Di fronte ai nodi che oggi caratterizzano la sfida educativa, ci mettiamo ancora una volta alla

scuola di Gesù. Lo facciamo con grande fiducia, sapendo che egli è il «Maestro buono» (Mc 10,17),

che ha parlato e ha agito, mostrando nella vita il suo insegnamento. Nel gesto della lavanda dei

piedi dei suoi discepoli, nell’ora in cui li amò sino alla fine, egli si presenta ancora come colui che

ci educa con la sua stessa vita (cfr Gv 13,14).

Gesù è per noi non “un” maestro, ma “il” Maestro. La sua autorità, grazie alla presenza

dinamica dello Spirito, raggiunge il cuore e ci forma interiormente, aiutandoci a gestire, nei modi e

nelle forme più idonee, anche i problemi educativi.

«Si mise a insegnare loro molte cose»

17. «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come

pecore che non hanno pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose… E ordinò loro di farli sedere

tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i

due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli

perché li distribuissero a loro» (Mc 6,34.39-41). Questa pagina del Vangelo secondo Marco è un

testo ricco di risonanze anticotestamentarieTPF

35

FPT: ci mostra Gesù nell’atteggiamento del pastore che

raccoglie le sue pecore e se ne prende cura mediante l’insegnamento e, con una prodigiosa frazione

del pane, sfama cinquemila persone.

La folla segue Gesù mossa dalla speranza di ricevere qualcosa di decisivo. Pur provenendo

da città e situazioni diverse, appare animata da un desiderio comune. Gesù stesso si fa interprete

delle attese profonde dei presenti. Lo sguardo che rivolge loro non è distaccato, ma partecipe,

perché non scorge una folla anonima, bensì persone, di cui coglie il bisogno inespresso. Gesù vede

in loro «pecore che non hanno pastore»: è una metafora che rivela la situazione di un popolo che

soffre per la mancanza di una guida autorevole o è disorientato da maestri inaffidabili.

Lo smarrimento della folla suscita in Gesù una “compassione”, che non è un’emozione

superficiale, ma è lo stesso sentire con cui Dio, nella vicenda dell’esodo, ha ascoltato il gemito del

suo popolo e se ne è preso cura con vigore e tenerezza. Il bisogno delle persone interpella

costantemente Gesù, che risponde ogni volta manifestando l’amore compassionevole del Padre.

18. La prima azione di Gesù è l’insegnamento: «si mise a insegnare loro molte cose». Potrebbe

sorgere spontanea la domanda se non sarebbe stato più opportuno provvedere subito al nutrimento

di tanta gente. Gesù, però, è cosciente di essere anzitutto il Maestro: per questo, con l’autorevolezza

che viene dal Padre, comincia con l’indicare le vie della vita autentica. Egli rivela il mondo nuovo

voluto da Dio e chiama a esserne parte, sollecitando ciascuno a cooperare alla sua edificazione nella

pace. Il popolo che egli pasce è invitato ad ascoltare la sua parola, che conduce e fa riposare su

pascoli erbosi (cfr Sal 23,2). Gesù non smetterà di insegnare, parlando al cuore, neppure di fronte

all’incomprensione della folla e dei suoi stessi discepoli.

Il dono della parola si completa in quello del pane: «spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli

perché li distribuissero». L’ascolto della parola costituisce la premessa indispensabile della

condivisione. Si vede già, in filigrana, la prassi eucaristica della comunità cristiana. Nello stesso

tempo, Gesù si prende cura dei bisogni concreti delle persone, preoccupandosi che tutti abbiano da

mangiare.

TP

35

PT Cfr Nm 27,17; 1Re 22,17; Gdt 11,19; Ez 34,8; Zc 10,2.

13

Nel gesto della moltiplicazione dei pani e dei pesci è condensata la vita intera di Gesù che si

dona per amore, per dare pienezza di vita. Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: «prendete»,

«mangiate». L’insegnamento del Maestro trova compimento nel dono della sua esistenza: Gesù è la

parola che illumina e il pane che nutre, è l’amore che educa e forma al dono della propria vita: «Voi

stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37).

Dio educa il suo popolo

19. Non mancano, certo, nel Vangelo altri episodi in cui Gesù mostra il suo volto di educatore.

Anche nel racconto dei due discepoli di Emmaus, ad esempio, Gesù è il Maestro che apre la mente

dei discepoli e scalda loro il cuore spiegando «in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc

24,27). Nella prima moltiplicazione dei pani, però, Gesù è presentato come il pastore del tempo

ultimo, il depositario della premura di Dio per il suo popolo. Alla luce di Cristo, compimento di

tutta la rivelazione, possiamo leggere nella storia della salvezza il progetto di Dio che educa il suo

popolo. Ripercorriamone le tappe fondamentali.

L’esodo dall’Egitto è il tempo della formazione d’Israele, perché, accogliendo e mettendo in

pratica i comandamenti di Dio, diventi il popolo dell’alleanza (cfr Dt 8,1). Il cammino nel deserto

ha un carattere esemplare: le crisi, la fame e la sete, sono descritte come atti educativi, «per sapere

quello che avevi nel cuore… per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo

vive di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,2-3). L’esortazione divina crea la

consapevolezza interiore: «Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così

il Signore, tuo Dio, corregge te» (Dt 8,5).

Anche nell’annuncio dei profeti la storia è intesa come un cammino educativo, segnato da

conflitti e riconciliazioni, perdite e ritrovamenti, tensioni e incontri. Come negli scritti sapienziali,

Dio è presentato attraverso le figure del padre, della madre e del maestro.

L’immagine paterna è proposta dal profeta Osea. Il Signore ama e perciò chiama il suo

figlio, Israele: gli insegna a camminare, lo prende in braccio e lo cura, lo attrae a sé con legami di

bontà e vincoli d’amore, lo solleva alla guancia e si china per nutrirlo, mettendo in conto anche i

fallimenti (cfr Os 11,3-4).

Isaia, a sua volta, propone un’immagine materna di toccante tenerezza: «Voi sarete allattati e

portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi

consolerò; a Gerusalemme sarete consolati» (Is 66,12-13).

Nel libro del Siracide, infine, Dio appare come educatore attraverso la mediazione degli

uomini, specialmente nella relazione fra maestro e discepolo. Il maestro si sente padre del

discepolo, che chiama «figlio mio»; gli si presenta anzitutto come innamorato della sapienza e gli si

propone come modello (cfr Sir 24,30-34), esortandolo a seguirlo con zelo e a frequentarlo ogni

giorno, fino a consumare la soglia della sua casa (cfr Sir 51,23-27). Nell’opera d’insegnamento egli

genera il giovane discepolo, aiutandolo a diventare adulto, capace di giudicare e di scegliere.

Nella storia della salvezza, dunque, si manifestano la guida provvidenziale di Dio e la sua

pedagogia misericordiosa, che raggiungono la pienezza in Gesù Cristo; in lui trovano compimento e

risplendono la legge e i profeti (cfr Mc 9,2-10). «È Lui il Maestro alla cui scuola riscoprire il

compito educativo come un’altissima vocazione alla quale ogni fedele, con diverse modalità, è

chiamato»TPF

36

FPT.

Gesù Cristo è la via, che conduce ciascuno alla piena realizzazione di sé secondo il disegno

di Dio. È la verità, che rivela l’uomo a se stesso e ne guida il cammino di crescita nella libertà. È la

vita, perché in lui ogni uomo trova il senso ultimo del suo esistere e del suo operare: la piena

comunione di amore con Dio nell’eternità.

TP

36

PT Discorso alla 59P

a

P Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2009.

14

Prima di ritornare al Padre, Gesù promette ai suoi discepoli il dono dello Spirito Santo,

attraverso il quale continuerà la sua opera educativa. Lo Spirito di verità è mandato per aiutare

coloro che lo riceveranno a comprendere e interiorizzare tutto quello che Gesù ha detto e insegnato

e per parlare delle cose future (cfr Gv 16,13).

La Chiesa discepola, madre e maestra

20. La Chiesa è luogo e segno della permanenza di Gesù Cristo nella storia. Anche nel suo

compito educativo, come in tutto ciò che essa è e opera, attinge da Cristo e ne diventa discepola,

seguendone le orme, grazie al dono dello Spirito SantoTPF

37

FPT.

Gli Atti degli Apostoli descrivono in forma tipica la vita della Chiesa appena nata e la sua

crescita nella fede: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello

spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune;

vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.

Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo

con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (At 2,42-47).

Ascolto assiduo della parola di Dio, celebrazione liturgica e comunione nella carità sono,

dunque, le dimensioni costitutive della vita ecclesiale; esse hanno un’intrinseca forza educativa,

poiché mediante il loro continuo esercizio il credente è progressivamente conformato a Cristo.

Mentre testimonia la fede in letizia e semplicità, la comunità diviene capace di condividere i beni

materiali e spirituali. Già così il compito educativo si mostra quale «esigenza costitutiva e

permanente della vita della Chiesa»TPF

38

FPT.

21. La Chiesa educa in quanto madre, grembo accogliente, comunità di credenti in cui si è

generati come figli di Dio e si fa l’esperienza del suo amore. A lei si rivolgeva Sant’Agostino: «Oh

Chiesa cattolica, oh madre dei cristiani nel senso più vero… tu educhi ed ammaestri tutti: i fanciulli

con tenerezza infantile, i giovani con forza, i vecchi con serenità, ciascuno secondo l’età, secondo le

sue capacità non solo corporee ma anche psichiche. Chi debba essere educato, ammonito o

condannato, tu lo insegni a tutti con solerzia, mostrando che non si deve dare tutto a tutti, ma a tutti

amore e a nessuno ingiustizia»TPF

39

FPT.

Avendo il compito di servire la ricerca della verità, la Chiesa è anche maestra. Essa «per

obbedire al divino mandato: ‘Istruite tutte le genti’ (Mt 28,19), è tenuta ad operare instancabilmente

‘affinché la parola di Dio corra e sia glorificata’ (2Ts 3,1)... Per volontà di Cristo la Chiesa cattolica

è maestra di verità e sua missione è di annunziare e di insegnare autenticamente la verità che è

Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare autoritativamente i principi dell'ordine

morale che scaturiscono dalla stessa natura umana»TPF

40

FPT.

Formare alla vita secondo lo Spirito

22. La Chiesa promuove nei suoi figli anzitutto un’autentica vita spirituale, cioè un’esistenza

secondo lo Spirito (cfr Gal 5,25). Essa non è frutto di uno sforzo volontaristico, ma è un cammino

attraverso il quale il Maestro interiore apre la mente e il cuore alla comprensione del mistero di Dio

e dell’uomo: lo Spirito che «il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà

tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).

TP

37

PT Cfr CONCILIO VATICANO II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 8.

TP

38

PT Discorso alla 59P

a

P Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2009.

TP

39

PT SANT’AGOSTINO, I costumi della Chiesa cattolica e i costumi dei Manichei, I, 30, 62-63.

TP

40

PT CONCILIO VATICANO II, Dichiarazione Dignitatis humanae, n. 14.

15

Lo Spirito forma il cristiano secondo i sentimenti di Cristo, guida alla verità tutta intera,

illumina le menti, infonde l’amore nei cuori, fortifica i corpi deboli, apre alla conoscenza del Padre

e del Figlio, e dà «a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità»TPF

41

FPT.

La formazione spirituale tende a farci assimilare quanto ci è stato rivelato in Cristo, affinché

la nostra esistenza possa corrispondere ogni giorno di più al suo dono: «Non conformatevi a questo

mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la

volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12,2).

L’azione dello Spirito plasma la vita in questa prospettiva: «Il culto gradito a Dio diviene

così un nuovo modo di vivere tutte le circostanze dell’esistenza in cui ogni particolare viene

esaltato, in quanto vissuto dentro il rapporto con Cristo e come offerta a Dio»TPF

42

FPT.

Rinati nel battesimo per mezzo dello Spirito Santo, possiamo camminare in una vita nuova,

liberi dalla schiavitù del peccato e resi capaci di amare Dio e i fratelli con lo stesso amore di Cristo:

«camminate secondo lo Spirito – ci esorta San Paolo – e non sarete portati a soddisfare il desiderio

della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla

carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste» (Gal 5,16-17).

I santi rivelano con la loro vita l’azione potente dello Spirito che li ha rivestiti dei suoi doni

e li ha resi forti nella fede e nell’amore. Ogni cristiano è chiamato a seguirne l’esempio, cogliendo il

frutto dello Spirito, che è «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza,

dominio di sé» (Gal 5,22).

Promuovere un’autentica vita spirituale risponde alla richiesta, oggi diffusa, di

accompagnamento personale. Si tratta di un compito delicato e importante, che richiede profonda

esperienza di Dio e intensa vita interiore. In questa luce, devono essere attentamente vagliati i segni

di risveglio religioso presenti nella società: essi possono rivelare l’azione dello Spirito e la ricerca di

un senso che dia unità all’esistenza.

23. L’accoglienza del dono dello Spirito porta ad abbracciare tutta la vita come vocazione. Nel

nostro tempo, è facile all’uomo ritenersi l’unico artefice del proprio destino e pertanto concepirsi

«senza vocazione»TPF

43

FPT. Per questo è importante che nelle nostre comunità ciascuno impari a

riconoscere la vita come dono di Dio e ad accoglierla secondo il suo disegno d’amore.

Come ha affermato il Concilio Vaticano II, Gesù Cristo, manifestandoci il mistero del Padre

e del suo amore, ha rivelato anche l’uomo a se stesso, rendendogli nota la sua altissima vocazioneTPF

44

FPT,

che è essenzialmente chiamata alla santità, ossia alla perfezione dell’amoreTPF

45

FPT.

La nostra azione educativa deve «riproporre a tutti con convinzione questa ‘misura alta’

della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve

portare in questa direzione»TPF

46

FPT. La Chiesa attinge alla sua grande tradizione spirituale, proponendo ai

fedeli cammini di santità, con un’adeguata direzione spirituale, necessaria al discernimento della

chiamata.

24. Lo Spirito del Signore Gesù suscita e alimenta le molteplici dimensioni dell’azione

educativa. Ne richiamiamo alcune in dettaglio.

TP

41

PT Dei Verbum, n. 5.

TP

42

PT BENEDETTO XVI, Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, 22 febbraio 2007, n. 71.

TP

43

PT PONTIFICIA OPERA DELLE VOCAZIONI ECCLESIASTICHE, Nuove vocazioni per una nuova Europa, 8 dicembre 1997, n.

11c.

TP

44

PT Cfr Gaudium et spes, n. 22.

TP

45

PT Cfr Lumen gentium, cap. V.

TP

46

PT Novo millennio ineunte, n. 31.

16

La dimensione missionaria. «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e

di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra»

(At 1,8). È lo Spirito a formare la Chiesa per la missione, la testimonianza e l’annuncio. Grazie alla

sua forza, la Chiesa diventa segno e strumento della comunione di tutti gli uomini tra loro e con

Dio, manifesta l’amore fraterno da cui ciascuno può riconoscere i discepoli del Signore (cfr Gv

13,35) e proclama in ogni lingua le grandi opere di Dio tra i popoli (cfr At 2,9-11).

La dimensione ecumenica e dialogica. Lo Spirito è principio di unità: «un solo corpo e un

solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra

vocazione» (Ef 4,4). Egli unisce intimamente in Cristo tutti i battezzati, suscitando in loro il

desiderio della comunione visibile; ispira l’incontro tra le diverse confessioni cristiane, perché

convergano verso l’unità voluta dal Signore; incoraggia il dialogo con i credenti di altre religioni e

con ogni uomo di buona volontà.

La dimensione caritativa e sociale. Il punto culminante della formazione secondo lo Spirito

è l’amore: «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come

bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi

tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma

non avessi la carità, non sarei nulla» (1Cor 13,1-2). Con la sua opera educativa la Chiesa intende

essere testimone dell’amore di Dio nell’offerta di se stessa; nell’accoglienza del povero e del

bisognoso; nell’impegno per un mondo più giusto, pacifico e solidale; nella difesa coraggiosa e

profetica della vita e dei diritti di ogni donna e di ogni uomo, in particolare di chi è straniero,

immigrato ed emarginato; nella custodia di tutte le creature e nella salvaguardia del creato.

La dimensione escatologica. L’educazione cristiana orienta la persona verso la pienezza

della vita eterna. È lo Spirito che «attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi:

eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche

alla sua gloria» (Rm 8,16-17). Ciò non allontana dall’impegno nelle realtà terrene, ma preserva dal

cadere nell’idolatria di se stessi, delle cose e del mondoTPF

47

FPT. La persona umana, infatti, «è un’unità di

anima e corpo, nata dall’amore creatore di Dio e destinata a vivere eternamente. L’essere umano si

sviluppa quando cresce nello spirito, quando la sua anima conosce se stessa e le verità che Dio vi ha

germinalmente impresso, quando dialoga con se stesso e il suo Creatore»TPF

48

FPT.

TP

47

PT Cfr Gaudium et spes, nn. 33-39.

TP

48

PT Caritas in veritate, n. 76.

17

Capitolo 3 – Educare, cammino di relazione e di fiducia

Un desiderio che trova risposta

25. In Gesù, maestro di verità e di vita che ci raggiunge nella forza dello Spirito, noi siamo

coinvolti nell’opera educatrice del Padre e siamo generati come uomini nuovi, capaci di stabilire

relazioni vere con ogni persona. È questo il punto di partenza e il cuore di ogni azione educativa.

Una delle prime pagine del Vangelo secondo Giovanni ci aiuta a ritrovare alcuni tratti

essenziali della relazione educativa tra Gesù e i suoi discepoli, fondata sull’atteggiamento di amore

di Gesù e vissuta nella fedeltà di chi accetta di stare con lui (cfr Mc 3,14) e di mettersi alla sua

sequela.

Giovanni Battista posa il suo sguardo su Gesù che passa e lo indica ai suoi discepoli. Due di

loro, avendo udito la testimonianza del Battista, si mettono alla sequela di Gesù. A questo punto, è

lui a volgersi indietro e a prendere l’iniziativa del dialogo con una domanda, che è la prima parola

che l’evangelista pone sulle labbra del Signore.

«Che cosa cercate?» (1,38): suscitare e riconoscere un desiderio. La domanda di Gesù è

una prima chiamata che incoraggia a interrogarsi sul significato autentico della propria ricerca. È la

domanda che Gesù rivolge a chiunque desideri stabilire un rapporto con lui: è una “pro-vocazione”

a chiarire a se stessi cosa si stia cercando davvero nella vita, a discernere ciò di cui si sente la

mancanza, a scoprire cosa stia realmente a cuore. Dalla domanda traspare l’atteggiamento educativo

di Gesù: egli è il Maestro che fa appello alla libertà e a ciò che di più autentico abita nel cuore,

facendone emergere il desiderio inespresso. In risposta, i due discepoli gli domandano a loro volta:

«Maestro, dove dimori?». Mostrano di essere affascinati dalla persona di Gesù, interessati a lui e

alla bellezza della sua proposta di vita. Prende avvio, così, una relazione profonda e stabile con

Gesù, racchiusa nel verbo “dimorare”.

«Venite e vedrete» (1,39): il coraggio della proposta. Dopo una successione di domande,

giunge la proposta. Gesù rivolge un invito esplicito («venite»), a cui associa una promessa

(«vedrete»). Ci mostra, così, che per stabilire un rapporto educativo occorre un incontro che susciti

una relazione personale: non si tratta di trasmettere nozioni astratte, ma di offrire un’esperienza da

condividere. I due discepoli si rivolgono a Gesù chiamandolo Rabbì, cioè maestro: è un chiaro

segnale della loro intenzione di entrare in relazione con qualcuno che possa guidarli e faccia fiorire

la vita.

«Rimasero con lui» (1,39): accettare la sfida. Accettando l’invito di Gesù, i discepoli si

mettono in gioco decidendo d’investire tutto se stessi nella sua proposta. Dall’esempio di Gesù

apprendiamo che la relazione educativa esige pazienza, gradualità, reciprocità distesa nel tempo.

Non è fatta di esperienze occasionali e di gratificazioni istantanee. Ha bisogno di stabilità,

progettualità coraggiosa, impegno duraturo.

«Signore, da chi andremo?» (6,68): perseverare nell’impresa. L’itinerario educativo dei

discepoli di Gesù ci conduce a Cafarnao (cfr 6,1-71). Dopo aver ascoltato le sue parole esigenti,

molti si erano scoraggiati e non erano più disposti a seguirlo. Il loro abbandono suscita la reazione

di Gesù, che pone ai Dodici una domanda sferzante: «Volete andarvene anche voi?» (6, 67). I

discepoli misurano così il prezzo della scelta. La relazione con Gesù non può continuare per inerzia.

Ha, invece, bisogno di una rinnovata decisione, come dichiara pubblicamente Pietro: «Signore, da

chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di

Dio» (6, 68-69). Egli solo ha parole che rendono la vita degna di essere vissuta.

«Signore, tu lavi i piedi a me?» (13,6): accettare di essere amato. Nel Cenacolo, prima della

festa di Pasqua, la relazione di Gesù con i discepoli vive un nuovo e decisivo passaggio quando

questi apre il suo animo compiendo il gesto della lavanda dei piedi (cfr 13,2-20). L’evangelista

18

prepara il lettore al sorprendente racconto con un’espressione che ricapitola tutta la vita di Gesù:

«Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (13,1). La lavanda dei piedi è un

gesto rivoluzionario che rovescia i rapporti abituali tra maestro e discepoli, tra padrone e servi. Il

rifiuto di Pietro di farsi lavare i piedi lascia intuire l’incomprensione del discepolo davanti a

un’iniziativa così sconvolgente e lontana dalle sue aspettative. Pietro fa fatica ad accettare di essere

in debito: è arduo lasciarsi amare, credere in un Dio che si propone non come padrone, ma come

servitore della vita. È difficile ricevere un dono con animo libero: nell’atto di essere “lavato” da

Cristo, Pietro intuisce di dovergli tutto.

«Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (13,34): vivere la relazione

nell’amore. Prima di congedarsi dai suoi, Gesù consegna loro il suo testamento. Tra le sue parole

spicca il comandamento dell’amore fraterno (cfr 13,34-35; 15,9-11). L’amore è il compimento della

relazione, il fine di tutto il cammino. Il rapporto tra maestro e discepolo non ha niente a che vedere

con la dipendenza servile: si esprime nella libertà del dono. Tre sono le sue caratteristiche: l’estrema

dedizione («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici»: 15,13);

la familiarità confidente («tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi»: 15,15);

la scelta libera e gratuita («Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi»: 15,16). Il frutto di questa

esperienza è la missione che Gesù affida ai suoi discepoli: «Da questo tutti sapranno che siete miei

discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (13,35; cfr 15,12-17).

Un incontro che genera un cammino

26. «Cristiani si diventa, non si nasce»TPF

49

FPT. Questo notissimo detto di Tertulliano sottolinea la

necessità della dimensione propriamente educativa nella vita cristiana. Si tratta di un itinerario

condiviso, in cui educatori ed educandi intrecciano un’esperienza umana e spirituale profonda e

coinvolgente.

Educare richiede un impegno nel tempo, che non può ridursi a interventi puramente

funzionali e frammentari; esige un rapporto personale di fedeltà tra soggetti attivi, che sono

protagonisti della relazione educativa, prendono posizione e mettono in gioco la propria libertà.

Essa si forma, cresce e matura solo nell’incontro con un’altra libertà; si verifica solo nelle relazioni

personali e trova il suo fine adeguato nella loro maturazione.

27. Esiste un nesso stretto tra educare e generare: la relazione educativa s’innesta nell’atto

generativo e nell’esperienza di essere figliTPF

50

FPT. L’uomo non si dà la vita, ma la riceve. Allo stesso

modo, il bambino impara a vivere guardando ai genitori e agli adulti. Si inizia da una relazione

accogliente, in cui si è generati alla vita affettiva, relazionale e intellettuale.

Il legame che si instaura all’interno della famiglia sin dalla nascita lascia un’impronta

indelebile. L’apporto di padre e madre, nella loro complementarità, ha un influsso decisivo nella

vita dei figli. Spetta ai genitori assicurare loro la cura e l’affetto, l’orizzonte di senso e

l’orientamento nel mondo. Oggi viene enfatizzata la dimensione materna, mentre appare più debole

e marginale la figura paterna. In realtà, è determinante la responsabilità educativa di entrambi. È

proprio la differenza e la reciprocità tra il padre e la madre a creare lo spazio fecondo per la crescita

piena del figlio. Ciò è vero perfino quando i genitori vivono situazioni di crisi e di separazione.

Il ruolo dei genitori e della famiglia incide anche sulla rappresentazione e sull’esperienza di

Dio. Il loro compito di educare alla fede si inserisce nella capacità generativa della comunità

cristiana, volto concreto della Chiesa madre. Pure in questo ambito, si tratta di avviare un processo

che dal battesimo si sviluppi in un percorso di iniziazione che accompagni, nutra e porti a

maturazione.

P

49

PTERTULLIANO, Apologetico, 18,4.

TP

50

PT Cfr GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam sane, 2 febbraio 1994, n. 16.

19

28. La risposta al dono della vita si attua nel corso dell’esistenza. L’immagine del cammino ci fa

comprendere che l’educazione è un processo di crescita che richiede pazienza. Progredire verso la

maturità impegna la persona in una formazione permanente, caratterizzata da alcuni elementi

chiave: il tempo, il coraggio, la meta.

L’educazione, costruita essenzialmente sul rapporto educatore ed educando, non è priva di

rischi e può sperimentare crisi e fallimenti: richiede quindi il coraggio della perseveranza. Entrambi

sono chiamati a mettersi in gioco, a correggere e a lasciarsi correggere, a modificare e a rivedere le

proprie scelte, a vincere la tentazione di dominare l’altro.

Il processo educativo è efficace quando due persone si incontrano e si coinvolgono

profondamente, quando il rapporto è instaurato e mantenuto in un clima di gratuità oltre la logica

della funzionalità, rifuggendo dall’autoritarismo che soffoca la libertà e dal permissivismo che

rende insignificante la relazione. È importante sottolineare che ogni itinerario educativo richiede

che sia sempre condivisa la meta verso cui procedere.

Al centro dell’esperienza cristiana c’è l’incontro tra la libertà di Dio e quella dell’uomo, che

non si annullano a vicenda. La libertà dell’uomo, infatti, viene continuamente educata dall’incontro

con Dio, che pone la vita dei suoi figli in un orizzonte nuovo: «Abbiamo creduto all’amore di Dio

così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano

non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una

Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva»TPF

51

FPT.

La meta del cammino consiste nella perfezione dell’amore. Il Maestro ci esorta: «Siate

perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Nell’itinerario verso la vita piena, Gesù

ci invita a seguirlo sulla via delle beatitudini, strada di gioiosa pienezza, e sul sentiero della croce,

supremo atto d’amore consumato sino alla fine (cfr Gv 19,30; 13,1).

Con la credibilità del testimone

29. Ogni adulto è chiamato a prendersi cura delle nuove generazioni, e diventa educatore

quando ne assume i compiti relativi con la dovuta preparazione e con senso di responsabilità.

L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria

umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca. Educa chi è capace di

dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmetterla. La passione

educativa è una vocazione, che si manifesta come un’arte sapienziale acquisita nel tempo attraverso

un’esperienza maturata alla scuola di altri maestri. Nessun testo e nessuna teoria, per quanto

illuminanti, potranno sostituire l’apprendistato sul campo.

L’educatore compie il suo mandato anzitutto attraverso l’autorevolezza della sua persona.

Essa rende efficace l’esercizio dell’autorità; è frutto di esperienza e di competenza, ma si acquista

soprattutto con la coerenza della vita e con il coinvolgimento personale. Educare è un lavoro

complesso e delicato, che non può essere improvvisato o affidato solo alla buona volontà.

Il senso di responsabilità si esplica nella serietà con cui si svolge il proprio servizio. Senza

regole di comportamento, fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose, e senza

educazione della libertà non si forma la coscienza, non si allena ad affrontare le prove della vita,

non si irrobustisce il carattere.

Infine, l’educatore si impegna a servire nella gratuità, ricordando che «Dio ama chi dona con

gioia» (2Cor 9,7). Nessuno è padrone di ciò che ha ricevuto, ma ne è custode e amministratore,

chiamato a edificare un mondo migliore, più umano e più ospitale. Ciò vale pure per i genitori,

TP

51

PT BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 1.

20

chiamati non soltanto a dare la vita, ma anche ad aiutare i figli a intraprendere la loro personale

avventura.

Passione per l’educazione

30. Quanti accettano la scommessa dell’educazione possono talvolta sentirsi disorientati.

Viviamo, infatti, in un contesto problematico, che induce a dubitare del valore della persona umana,

del significato stesso della verità e del bene e, in ultima analisi, della bontà della vita. Ciò

indebolisce l’impegno a «trasmettere da una generazione all’altra qualcosa di valido e di certo,

regole di comportamento, obiettivi credibili intorno ai quali costruire la propria vita»TPF

52

FPT. Tali

difficoltà, però, non sono insuperabili; «sono piuttosto, per così dire, il rovescio della medaglia di

quel dono grande e prezioso che è la nostra libertà, con la responsabilità che giustamente

l’accompagna»TPF

53

FPT.

Illuminati dalla fede nel nostro Maestro e incoraggiati dal suo esempio, noi abbiamo invece

buone ragioni per ritenere di essere alle soglie di un tempo opportuno per nuovi inizi. Occorre, però,

ravvivare il coraggio, anzi la passione per l’educare. È necessario formare gli educatori,

motivandoli a livello personale e sociale, e riscoprire il significato e le condizioni dell’impegno

educativo. Infatti, «a differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi

di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale

delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è

sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in

proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere

ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale»TPF

54

FPT.

Una relazione che si trasforma nel tempo

31. La credibilità dell’educatore è sottoposta alla sfida del tempo, viene costantemente messa

alla prova e deve essere continuamente riconquistata. La relazione educativa si sviluppa lungo tutto

il corso dell’esistenza umana e subisce trasformazioni specifiche nelle diverse fasi.

Le età della vita sono profondamente mutate: oggi è venuto meno quel clima di relazioni che

agevolava, con gradualità e rispetto del mondo interiore, il passaggio alle età successive. Si parla di

“infanzia rubata”, cioè di una società che rovescia sui bambini messaggi e stimoli pensati per i

grandi.

La sete di conoscenza e di relazioni amicali caratterizza i ragazzi, che accolgono l’azione

educativa quando essa è volta non solo al sapere, ma anche al fare e alla valorizzazione delle loro

capacità. L’esperienza cattura il loro interesse e li rende protagonisti: è riscontrabile quando sono

coinvolti come gruppo in servizi verso gli altri. Il processo educativo è fortemente legato alla sfera

affettiva, per cui è rilevante la qualità del rapporto che l’educatore riesce a stabilire con ciascuno.

Per crescere serenamente, il ragazzo ha bisogno di ambienti ricchi di umanità e positività.

Gli adolescenti percorrono le tappe della crescita con stati d’animo che oscillano tra

l’entusiasmo e lo scoraggiamento. Soffrono per l’insicurezza che accompagna la loro età, cercano

l’amicizia, godono nello stare insieme ai coetanei e avvertono il desiderio di rendersi autonomi

dagli adulti e in specie dalla famiglia di origine. In questa fase, hanno bisogno di educatori pazienti

e disponibili, che li aiutino a riordinare il loro mondo interiore e gli insegnamenti ricevuti, secondo

una progressiva scelta di libertà e responsabilità. Nella vita di relazione e nell’azione maturano la

loro coscienza morale e il senso della vita come dono. Un tratto centrale della crescita, che oggi per

TP

52

PT Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione.

TP

53

PT Ib.

TP

54

PT Ib.

21

vari aspetti assume caratteri problematici, è quello dello sviluppo affettivo e sessuale: va affrontato

serenamente, ma anche con la massima cura, perché incide profondamente sull’armonia della

persona.

32. Ai giovani vogliamo dedicare un’attenzione particolare. Molti di loro manifestano un

profondo disagio di fronte a una vita priva di valori e di ideali. Tutto diventa provvisorio e sempre

revocabile. Ciò causa sofferenza interiore, solitudine, chiusura narcisistica oppure omologazione al

gruppo, paura del futuro e può condurre a un esercizio sfrenato della libertà. A fronte di tali

situazioni, è presente nei giovani una grande sete di significato, di verità e di amore. Da questa

domanda, che talvolta rimane inespressa, può muovere il processo educativo. Nei modi e nei tempi

opportuni, diversi e misteriosi per ciascuno, essi possono scoprire che solo Dio placa fino in fondo

questa sete.

Benedetto XVI, dopo aver riconosciuto quanto nell’odierno contesto culturale sia difficile

per un giovane vivere da cristiano, aggiunge: «Mi sembra che questo sia il punto fondamentale nella

nostra cura pastorale per i giovani: attirare l’attenzione sulla scelta di Dio, che è la vita. Sul fatto

che Dio c’è. E c’è in modo molto concreto. E insegnare l’amicizia con Gesù Cristo»TPF

55

FPT.

Questo cammino, con le sue esigenze radicali, deve tendere all’incontro con Gesù mediante

il riconoscimento della sua identità di Figlio di Dio e Salvatore; l’appartenenza consapevole alla

Chiesa; la conoscenza amorevole e orante della Sacra Scrittura; la partecipazione attiva

all’Eucaristia; l’accoglienza delle esigenze morali della sequela; l’impegno di fraternità verso tutti

gli uomini; la testimonianza della fede sino al dono sincero di sé.

Particolarmente importanti risultano per i giovani le esperienze di condivisione nei gruppi

parrocchiali, nelle associazioni e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e

nei territori di missione. In esse imparano a stimarsi non solo per quello che fanno, ma soprattutto

per quello che sono. Spesso tali esperienze si rivelano decisive per l’elaborazione del proprio

orientamento vocazionale, così da poter rispondere con coraggio e fiducia alle chiamate esigenti

dell’esistenza cristiana: il matrimonio e la famiglia, il sacerdozio ministeriale, le varie forme di

consacrazione, la missione ad gentes, l’impegno nella professione, nella cultura e nella politicaTPF

56

FPT.

Occorre tenere presenti, poi, alcuni nodi esistenziali propri dell’età giovanile: pensiamo ai

problemi connessi a una visione corretta della relazione tra i sessi, alla precarietà negli affetti, alla

devianza, alle difficoltà legate al corso degli studi, all’ingresso nel mondo del lavoro e al ricambio

generazionale.

La comunità cristiana si rivolge ai giovani con speranza: li cerca, li conosce e li stima;

propone loro un cammino di crescita significativo. I loro educatori devono essere ricchi di umanità,

maestri, testimoni e compagni di strada, disposti a incontrarli là dove sono, ad ascoltarli, a ridestare

le domande sul senso della vita e sul loro futuro, a sfidarli nel prendere sul serio la proposta

cristiana, facendone esperienza nella comunità.

I giovani sono una risorsa preziosa per il rinnovamento della Chiesa e della società. Resi

protagonisti del proprio cammino, orientati e guidati a un esercizio corresponsabile della libertà,

possono davvero sospingere la storia verso un futuro di speranza.

Negli ambiti della vita quotidiana

33. L’opera educativa si gioca sempre all’interno delle relazioni fondamentali dell’esistenza; è

efficace nella misura in cui incontra la persona, nell’insieme delle sue esperienze. Come è emerso

TP

55

PT BENEDETTO XVI, Incontro quaresimale con il clero romano, 7 febbraio 2008.

TP

56

PT Cfr CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 21 febbraio 2010, n.

17.

22

dal Convegno ecclesiale di Verona, gli ambiti della vita affettiva, del lavoro e della festa, della

fragilità umana, della tradizione e della cittadinanza rappresentano un’articolazione molto utile per

rileggere l’impegno educativo, al quale offrono stimoli e obiettivi.

Si mostra così la rilevanza antropologica dell’educazione cristiana e si favorisce una

considerazione unitaria della persona nell’azione pastorale. Attraverso questa multiforme attenzione

educativa, potrà «emergere soprattutto quel grande ‘sì’ che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e

alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede

nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo»PF

57

FP. In questo modo, la comunità dei credenti

testimonia l’amore profondo della Chiesa per l’uomo e per il suo futuro e l’atteggiamento di

servizio che la anima.

Una storia di santità

34. Nell’opera educativa della Chiesa emerge con evidenza il ruolo primario della

testimonianza, perché l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se

ascolta i maestri lo fa perché sono anche testimoni credibili e coerenti della Parola che annunciano e

vivonoTPF

58

FPT. Nella storia della Chiesa in Italia sono presenti e documentate innumerevoli opere e

istituzioni formative – scuole, università, centri di formazione professionale, oratori – promosse da

diocesi, parrocchie, istituti di vita consacrata e aggregazioni laicali. Molte sono le figure esemplari

– tra cui non pochi santi – che hanno fatto dell’impegno educativo la loro missione e hanno dato

vita a iniziative singolari, parecchie delle quali mantengono ancora oggi la loro validità e sono un

prezioso contributo al bene della società.

L’azione di questi grandi educatori si fonda sulla convinzione che occorra «illuminare la

mente per irrobustire il cuore» e sull’intima percezione che «l’educazione è cosa del cuore, e che

Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte e

non ce ne mette in mano la chiave»TPF

59

FPT. Nell’opera dei grandi testimoni dell’educazione cristiana,

secondo la genialità e la creatività di ciascuno, troviamo i tratti fondamentali della azione educativa:

l’autorevolezza dell’educatore, la centralità della relazione personale, l’educazione come atto di

amore, una visione di fede che dà fondamento e orizzonte alla ricerca di senso dei giovani, la

formazione integrale della persona, la corresponsabilità per la costruzione del bene comune.

Insieme a tali figure, dobbiamo ricordare il segno lasciato da tanti educatori che, in ogni

stato di vita, con la loro testimonianza umile e quotidiana, hanno inciso in modo profondo sulla

nostra maturazione. Mentre va riconosciuto e apprezzato il lavoro straordinario di numerosi

insegnanti, animatori e catechisti, si avverte il bisogno di suscitare e sostenere una nuova

generazione di cristiani che si dedichi all’opera educativa, capace di assumere come scelta di vita la

passione per i ragazzi e per i giovani, disposta ad ascoltarli, accoglierli e accompagnarli, a far loro

proposte esigenti anche in contrasto con la mentalità corrente.

Particolare importanza assume la formazione dei seminaristi, dei diaconi e dei presbiteri al

ruolo di educatori. La vicinanza quotidiana dei sacerdoti alle famiglie li rende per eccellenza i

formatori dei formatori e le guide spirituali che, nella comunità, sostengono il cammino della fede

di ogni battezzato.

TP

57

PT Discorso al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana.

TP

58

PT Cfr PAOLO VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975, n. 41.

TP

59

PT EUGENIO CERIA, TMemorie biografiche di san Giovanni BoscoT, vol. XVI, SEI, Torino 1935, p. 447.

23

Capitolo 4 – La Chiesa, comunità educante

«Un solo corpo e un solo spirito»

35. Nell’unico corpo di Cristo, che è la Chiesa, ogni battezzato ha ricevuto da Dio una personale

chiamata per l’edificazione e la crescita della comunità: «Un solo corpo e un solo spirito, come una

sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione... Ed egli ha dato ad

alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di

essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il

corpo di Cristo» (Ef 4,4.11-12).

Nella Chiesa unità non significa uniformità, ma comunione di ricchezze personali. Proprio

esprimendo nella loro diversità l’abbondanza dei doni di Gesù risorto, i vari carismi concorrono alla

vita e alla crescita del corpo ecclesiale e convergono nel riconoscimento della signoria di Cristo:

«finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo

perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo… agendo secondo verità nella carità,

cerchiamo di crescere in ogni cosa, tendendo a lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,13.15).

Dall’unità in Cristo scaturisce l’impegno a vivere questo dono nei diversi ambiti della vita, a

cominciare dalla famiglia: tra coniugi (cfr Ef 5,21-33) e tra genitori e figli: «Figli, obbedite ai vostri

genitori nel Signore, perché questo è giusto… E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli

crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore» (Ef 6,1.4). Anche nella vita sociale i

cristiani sono chiamati a manifestare questo spirito di comunione e di unità (cfr Ef 6,5-9).

La complessità dell’azione educativa sollecita i cristiani ad adoperarsi in ogni modo affinché

si realizzi «un’alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità in questo delicato ambito

della vita sociale ed ecclesiale»TPF

60

FPT. Fede, cultura ed educazione interagiscono, ponendo in rapporto

dinamico e costruttivo le varie dimensioni della vita. La separazione e la reciproca estraneità dei

cammini formativi, sia all’interno della comunità cristiana sia in rapporto alle istituzioni civili,

indebolisce l’efficacia dell’azione educativa fino a renderla sterile. Se si vuole che essa ottenga il

suo scopo, è necessario che tutti i soggetti coinvolti operino armonicamente verso lo stesso fine. Per

questo occorre elaborare e condividere un progetto educativo che definisca obiettivi, contenuti e

metodi su cui lavorare.

Il primato educativo della famiglia

36. Nell’orizzonte della comunità cristiana, la famiglia resta la prima e indispensabile comunità

educante. Per i genitori, l’educazione è un dovere essenziale, perché connesso alla trasmissione

della vita; originale e primario rispetto al compito educativo di altri soggetti; insostituibile e

inalienabile, nel senso che non può essere delegato né surrogatoPF

61

FP.

Educare in famiglia è oggi un’arte davvero difficile. Molti genitori soffrono, infatti, un senso

di solitudine, di inadeguatezza e, addirittura, d’impotenza. Si tratta di un isolamento anzitutto

sociale, perché la società privilegia gli individui e non considera la famiglia come sua cellula

fondamentale.

Padri e madri faticano a proporre con passione ragioni profonde per vivere e, soprattutto, a

dire dei “no” con l’autorevolezza necessaria. Il legame con i figli rischia di oscillare tra la scarsa

cura e atteggiamenti possessivi che tendono a soffocarne la creatività e a perpetuarne la

dipendenzaPF

62

FP. Occorre ritrovare la virtù della fortezza nell’assumere e sostenere decisioni

TP

60

PT Discorso alla 59P

a

P Assemblea Generale della CEI, 28 maggio 2009.

TP

61

PT Cfr GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 22 novembre 1981, n. 36.

TP

62

PT Cfr La sfida educativa, pp. 25-48.

24

fondamentali, pur nella consapevolezza che altri soggetti dispongono di mezzi potenti, in grado di

esercitare un’influenza penetrante.

La famiglia, a un tempo, è forte e fragile. La sua debolezza non deriva solo da motivi interni

alla vita della coppia e al rapporto tra genitori e figli. Molto più pesanti sono i condizionamenti

esterni: il sostegno inadeguato al desiderio di maternità e paternità, pur a fronte del grave problema

demografico; la difficoltà a conciliare l’impegno lavorativo con la vita familiare, a prendersi cura

dei soggetti più deboli, a costruire rapporti sereni in condizioni abitative e urbanistiche sfavorevoli.

A ciò si aggiunga il numero crescente delle convivenze di fatto, delle separazioni coniugali e dei

divorzi, come pure gli ostacoli di un quadro economico, fiscale e sociale che disincentiva la

procreazione. Non si possono trascurare, tra i fattori destabilizzanti, il diffondersi di stili di vita che

rifuggono dalla creazione di legami affettivi stabili e i tentativi di equiparare alla famiglia forme di

convivenza tra persone dello stesso sesso.

Nonostante questi aspetti, l’istituzione familiare mantiene la sua missione e la responsabilità

primaria per la trasmissione dei valori e della fede. Se è vero che la famiglia non è la sola agenzia

educatrice, soprattutto nei confronti dei figli adolescenti, dobbiamo ribadire con chiarezza che c’è

un’impronta che essa sola può dare e che rimane nel tempo. La Chiesa, pertanto, si impegna a

sostenere i genitori nel loro ruolo di educatori, promuovendone la competenza mediante corsi di

formazione, incontri, gruppi di confronto e di mutuo sostegno.

37. L’educazione alla fede avviene nel contesto di un’esperienza concreta e condivisa. Il figlio

vive all’interno di una rete di relazioni educanti che fin dall’inizio ne segna la personalità futura.

Anche l’immagine di Dio, che egli porterà dentro di sé, sarà caratterizzata dall’esperienza religiosa

vissuta nei primi anni di vita. Di qui l’importanza che i genitori si interroghino sul loro compito

educativo in ordine alla fede: «come viviamo la fede in famiglia?»; «quale esperienza cristiana

sperimentano i nostri figli?»; «come li educhiamo alla preghiera?». Esemplare punto di riferimento

resta la famiglia di Nazaret, dove Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli

uomini» (Lc 2,52).

Ogni famiglia è soggetto di educazione e di testimonianza umana e cristiana e come tale va

valorizzata, all’interno della capacità di generare alla fede propria della Chiesa. A essa sacerdoti,

catechisti e animatori devono riferirsi, per una stretta collaborazione e in spirito di servizio.

L’impegno della comunità, in particolare nell’itinerario dell’iniziazione cristiana, è fondamentale

per offrire alle famiglie il necessario supporto. Spetta ai genitori, insieme agli altri educatori,

promuovere il cammino vocazionale dei figli, anche attraverso esperienze condivise, nelle quali i

ragazzi possano affrontare i temi della crescita fisica, affettiva, relazionale per una positiva

educazione all’amore casto e responsabileTPF

63

FPT. Una particolare attenzione dovrà essere offerta, inoltre,

ai genitori rimasti soli, per sostenerli nel loro compito.

La preparazione al matrimonio deve assumere i tratti di un itinerario di riscoperta della fede

e di inserimento nella vita della comunità ecclesialeTPF

64

FPT. Il tempo del fidanzamento può essere

valorizzato come un’occasione unica per introdurli alla bellezza del Vangelo, che essi possono

percepire in modo più profondo perché la sperimentano nella ricerca di una relazione d’amore. È

quindi auspicabile che nelle comunità parrocchiali incontrino coppie mature da cui essere

incoraggiate e sostenute nel passo decisivo. La cura delle giovani coppie è altrettanto importante: si

tratta di custodire le fasi iniziali della vita coniugale, di farsi loro compagni e di porre le basi di un

cammino di formazione che duri per tutta la vita.

TP

63

PT Cfr Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 7.

TP

64

PT Cfr CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia Annunciare,

celebrare, servire il “Vangelo della famiglia”, 12 luglio 1993, cap. 3.

25

38. La famiglia va dunque amata, sostenuta e resa protagonista attiva dell’educazione non solo

per i figli, ma per l’intera comunità. Deve crescere la consapevolezza di una ministerialità che

scaturisce dal sacramento del matrimonio e chiama l’uomo e la donna a essere segno dell’amore di

Dio che si prende cura di ogni suo figlioTPF

65

FPT.

Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le famiglie devono a loro volta aiutare la

parrocchia a diventare «famiglia di famiglie»TPF

66

FPT. Gruppi di sposi possono costituire modelli di

riferimento anche per le coppie in difficoltà, oltre che aprirsi al servizio verso i fidanzati e i genitori

che chiedono il battesimo per i figli, verso le famiglie segnate da gravi difficoltà, disabilità e

sofferenze. Si sente il bisogno di coppie cristiane che affrontino i temi sociali e politici che toccano

l’istituto familiare, i figli e gli anziani. Sostenere adeguatamente la famiglia, con scelte politiche ed

economiche appropriate, attente in particolare ai nuclei numerosi, diventa un servizio all’intera

collettività.

Nel cantiere dell’educazione cristiana

39. Ogni Chiesa particolare dispone di un potenziale educativo straordinario, grazie alla sua

capillare presenza nel territorio. In quanto luogo d’incontro con il Signore Gesù e di comunione tra

fratelli, la comunità cristiana alimenta un’autentica relazione con Dio; favorisce la formazione della

coscienza adulta; propone esperienze di libera e cordiale appartenenza, di servizio e di promozione

sociale, di aggregazione e di festa.

La parrocchia, in particolare, vicina al vissuto delle persone e agli ambienti di vita,

rappresenta la comunità educante più completa in ordine alla fede. Mediante l’evangelizzazione e la

catechesi, la liturgia e la preghiera, la vita di comunione nella carità, essa offre gli elementi

essenziali del cammino del credente verso la pienezza della vita in Cristo.

La catechesi, primo atto educativo della Chiesa nell’ambito della sua missione

evangelizzatrice, accompagna la crescita del cristiano dall’infanzia all’età adulta e ha come sua

specifica finalità «non solo di trasmettere i contenuti della fede, ma di educare la ‘mentalità di fede’,

di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e vita»TPF

67

FPT. Per questo la catechesi sostiene in modo

continuativo la vita dei cristiani e in particolare gli adulti, perché siano educatori e testimoni per le

nuove generazioni.

La liturgia è scuola permanente di formazione attorno al Signore risorto, «luogo educativo e

rivelativo»TPF

68

FPT in cui la fede prende forma e viene trasmessa. Nella celebrazione liturgica il cristiano

impara a «gustare com’è buono il Signore» (Sal 34,9; cfr 1Pt 2,3), passando dal nutrimento del latte

al cibo solido (cfr Eb 5,12-14), «fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).

Tra le numerose azioni svolte dalla parrocchia, «nessuna è tanto vitale o formativa della comunità

quanto la celebrazione domenicale del giorno del Signore e della sua Eucaristia»TPF

69

FPT.

La carità educa il cuore dei fedeli e svela agli occhi di tutti il volto di una comunità che

testimonia la comunione, si apre al servizio, si mette alla scuola dei poveri e degli ultimi, impara a

riconoscere la presenza di Dio nell’affamato e nell’assetato, nello straniero e nel carcerato,

nell’ammalato e in ogni bisognoso. La comunità cristiana è pronta ad accogliere e valorizzare ogni

persona, anche quelle che vivono in stato di disabilità o svantaggio. Per questo vanno incentivate

proposte educative e percorsi di volontariato adeguati all’età e alla condizione delle persone,

mediante l’azione della Caritas e delle altre realtà ecclesiali che operano in questo ambito, anche a

fianco dei missionari.

TP

65

PT Familiaris consortio, n. 39.

TP

66

PT CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 1° ottobre 1981, n. 24.

TP

67

PT COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, LANNUNCIO E LA CATECHESI, Annuncio e catechesi per la

vita cristiana, 4 aprile 2010, n. 2; cfr Gravissimum educationis, n. 4.

TP

68

PT Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 49.

TP

69

PT GIOVANNI PAOLO II, Lettera apostolica Dies Domini, 31 maggio 1998, n. 35.

26

40. Esperienza fondamentale dell’educazione alla vita di fede è l’iniziazione cristiana, che «non

è quindi una delle tante attività della comunità cristiana, ma l’attività che qualifica l’esprimersi

proprio della Chiesa nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare se stessa come madre»TPF

70

FPT.

Essa ha gradualmente assunto un’ispirazione catecumenale, che conduce le persone a una

progressiva consapevolezza della fede, mediante itinerari differenziati di catechesi e di esperienza

di vita cristiana. La celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, seguita da un’adeguata

mistagogia, rappresenta il compimento di questo cammino verso la piena maturità cristiana.

In un ambiente spesso indifferente se non addirittura ostile al messaggio del Vangelo, la

Chiesa riscopre il linguaggio originario dell’annuncio, che ha in sé due caratteristiche educative

straordinarie: la dimensione del dono e l’appello alla conversione continua. Il primo annuncio della

fede rappresenta l’anima di ogni azione pastorale. Anche l’iniziazione cristiana deve basarsi su

questa evangelizzazione iniziale, da mantenere viva negli itinerari di catechesi, proponendo

relazioni capaci di coinvolgere le famiglie e integrate nell’esperienza dell’anno liturgico. Il primo

annuncio è rivolto in modo privilegiato agli adulti e ai giovani, soprattutto in particolari momenti di

vita come la preparazione al matrimonio, l’attesa dei figli, il catecumenato per gli adultiTPF

71

FPT.

La parrocchia, crocevia delle istanze educative

41. Solo una comunità accogliente e dialogante può trovare le vie per instaurare rapporti di

amicizia e offrire risposte alla sete di Dio che è presente nel cuore di ogni uomoTPF

72

FPT. Oggi si impone

la ricerca di nuovi linguaggi, non autoreferenziali e arricchiti dalle acquisizioni di quanti operano

nell’ambito della comunicazione, della cultura e dell’arteTPF

73

FPT. Per questo è necessario educare a una

fede più motivata, capace di dialogare anche con chi si avvicina alla Chiesa solo occasionalmente,

con i credenti di altre religioni e con i non credenti. In tale prospettiva, il progetto culturale

orientato in senso cristiano stimola in ciascun battezzato e in ogni comunità l’approfondimento di

una fede consapevole, che abbia piena cittadinanza nel nostro tempo, così da contribuire anche alla

crescita della societàTPF

74

FPT.

La parrocchia – Chiesa che vive tra le case degli uomini – continua a essere il luogo

fondamentale per la comunicazione del Vangelo e la formazione della coscienza credente;

rappresenta nel territorio il riferimento immediato per l’educazione e la vita cristiana a un livello

accessibile a tutti; favorisce lo scambio e il confronto tra le diverse generazioni; dialoga con le

istituzioni locali e costruisce alleanze educative per servire l’uomo.

Essa è animata dal contributo di educatori, animatori e catechisti, autentici testimoni di

gratuità, accoglienza e servizio. La formazione di tali figure costituisce un impegno prioritario per

la comunità parrocchiale, attenta a curarne, insieme alla crescita umana e spirituale, la competenza

teologica, culturale e pedagogica.

Questo obiettivo resterà disatteso se non si riuscirà a dar vita a una “pastorale integrata”

secondo modalità adatte ai territori e alle circostanze, come già avviene in talune sperimentazioni

avviate a livello diocesanoTPF

75

FPT.

TP

70

PT UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE, HLa formazione dei catechisti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei

ragazzi, H4 giugno 2006, n. 6.

TP

71

PT Cfr COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, LANNUNCIO E LA CATECHESI, Questa è la nostra fede.

Nota pastorale sul primo annuncio del Vangelo, 15 maggio 2005.

TP

72

PT Cfr COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, LANNUNCIO E LA CATECHESI, Lettera ai cercatori di

Dio, 12 aprile 2009.

TP

73

PT Cfr BENEDETTO XVI, Incontro con gli artisti nella Cappella Sistina, 21 novembre 2009.

TP

74

PT Cfr “Rigenerati per una speranza viva”, n. 13.

TP

75

PT Cfr Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 11.

27

42. Un ambito in cui tale approccio ha permesso di compiere passi significativi è quello dei

giovani e dei ragazzi. La necessità di rispondere alle loro esigenze porta a superare i confini

parrocchiali e ad allacciare alleanze con le altre agenzie educative. Tale dinamica incide anche su

quell’espressione, tipica dell’impegno educativo di tante parrocchie, che è l’oratorio. Esso

accompagna nella crescita umana e spirituale le nuove generazioni e rende i laici protagonisti,

affidando loro responsabilità educative. Adattandosi ai diversi contesti, l’oratorio esprime il volto e

la passione educativa della comunità, che impegna animatori, catechisti e genitori in un progetto

volto a condurre il ragazzo a una sintesi armoniosa tra fede e vita. I suoi strumenti e il suo

linguaggio sono quelli dell’esperienza quotidiana dei più giovani: aggregazione, sport, musica,

teatro, gioco, studio.

43. Nelle diocesi e nelle parrocchie sono attive tante aggregazioni ecclesiali: associazioni e

movimenti, gruppi e confraternite. Si tratta di esperienze significative per l’azione educativa, che

richiedono di essere sostenute e coordinate. In esse i fedeli di ogni età e condizione sperimentano la

ricchezza di autentiche relazioni fraterne; si formano all’ascolto della Parola e al discernimento

comunitario; maturano la capacità di testimoniare con efficacia il Vangelo nella società.

Tra queste realtà, occupa un posto specifico e singolare l’Azione Cattolica, che da sempre

coltiva uno stretto legame con i pastori della Chiesa, assumendo come proprio il programma

pastorale della Chiesa locale e costituendo per i soci una scuola di formazione cristiana. Le figure di

grandi laici che ne hanno segnato la storia sono un richiamo alla vocazione alla santità, meta di ogni

battezzato.

44. La pietà popolare costituisce anche ai giorni nostri una dimensione rilevante della vita

ecclesiale e può diventare veicolo educativo di valori della tradizione cristiana, riscoperti nel loro

significato più autentico. Purificata da eventuali eccessi e da elementi estranei e rinnovata nei

contenuti e nelle forme, permette di raggiungere con l’annuncio tante persone che altrimenti

resterebbero ai margini della vita ecclesiale. In essa devono risaltare la parola di Dio, la

predicazione e la catechesi, la preghiera e i sacramenti dell’Eucaristia e della riconciliazione e, non

ultimo, l’impegno per la carità verso i poveri.

45. Un ruolo educativo particolare è riservato nella Chiesa alla vita consacrata. Prima ancora

che per attività specifiche, essa rappresenta una risorsa educativa all’interno del popolo di Dio per la

sua indole escatologicaTPF

76

FPT. In quanto caratterizzata da una speciale configurazione a Cristo casto,

povero e obbediente, costituisce una testimonianza fondamentale per tutte le altre forme di vita

cristiana, indicando la meta ultima della storia in quella speranza che sola può animare ogni

autentico processo educativo.

Gli istituti di vita consacrata, poiché hanno per lo più una presenza che va oltre la singola

diocesi e spesso sono composti anche da membri provenienti da altri Paesi, possono favorire la

comunione tra le diverse Chiese particolari e la loro apertura alla mondialità.

Una particolare attenzione va riservata a quegli istituti che per carisma specifico si dedicano

espressamente a compiti educativi: «questo è uno dei doni più preziosi che le persone consacrate

possono offrire anche oggi alla gioventù, facendola oggetto di un servizio pedagogico ricco di

amore»TPF

77

FPT. È importante, al fine di valorizzarne la presenza sul territorio, percorrere vie di più stretta

collaborazione e intesa con le Chiese locali.

TP

76

PT Cfr GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 26.

TP

77

PT Ib., n. 96.

28

Anche quando difficoltà vocazionali impongono agli istituti la scelta sofferta di concentrare

attività e servizi, è bene che ogni decisione in merito tenga conto di un dialogo previo e di una

valutazione comune con la Chiesa locale interessata.

La scuola e l’università

46. La scuola si trova oggi ad affrontare una sfida molto complessa, che riguarda la sua stessa

identità e i suoi obiettivi. Essa, infatti, ha il compito di trasmettere il patrimonio culturale elaborato

nel passato, aiutare a leggere il presente, far acquisire le competenze per costruire il futuro,

concorrere, mediante lo studio e la formazione di una coscienza critica, alla formazione del

cittadino e alla crescita del senso del bene comune. La forte domanda di conoscenze e di capacità

professionali e i rapidi cambiamenti economici e produttivi inducono spesso a promuovere un

sistema efficiente più nel dare istruzioni sul “come fare” che sul senso delle scelte di vita e sul “chi

essere”. Di conseguenza, anche il docente tende a essere considerato non tanto un maestro di cultura

e di vita, quanto un trasmettitore di nozioni e di competenze e un facilitatore dell’apprendimento;

tutt’al più, un divulgatore di comportamenti socialmente accettabiliTPF

78

FPT.

Consapevole di ciò, la comunità cristiana vuole intensificare la collaborazione permanente

con le istituzioni scolastiche attraverso i cristiani che vi operano, le associazioni di genitori, studenti

e docenti, i movimenti ecclesiali, i collegi e i convitti, mettendo in atto un’adeguata ed efficace

pastorale della scuola e dell’educazione.

Occorre investire, con l’apporto delle diverse componenti del mondo scolastico, ecclesiale e

civile, in una scuola che promuova, anzitutto, una cultura umanistica e sapienziale, abilitando gli

studenti ad affrontare le sfide del nostro tempo. In particolare, essa deve abilitare all’ingresso

competente nel mondo del lavoro e delle professioni, all’uso sapiente dei nuovi linguaggi, alla

cittadinanza e ai valori che la sorreggono: la solidarietà, la gratuità, la legalità e il rispetto delle

diversità. Così la scuola mantiene aperto il dialogo con gli altri soggetti educativi – in primo luogo

la famiglia – con i quali è chiamata a perseguire obiettivi convergenti. Il carattere pubblico non ne

pregiudica l’apertura alla trascendenza e non impone una neutralità rispetto a quei valori morali che

sono alla base di ogni autentica formazione della persona e della realizzazione del bene comune.

In questa prospettiva, è determinante la formazione degli insegnanti, dei dirigenti scolastici e

del personale amministrativo e ausiliario, chiamati a essere capaci di ascolto delle esperienze che

ogni alunno porta con sé, accostandosi a lui con umiltà, rispetto e disponibilità.

47. Al raggiungimento di questi obiettivi può dare un qualificato contributo il docente di

religione cattolica, che insegna una disciplina curriculare inserita a pieno titolo nelle finalità della

scuola e promuove un proficuo dialogo con i colleghi, rappresentando – in quanto figura

competente e qualificata – una forma di servizio della comunità ecclesiale all’istituzione scolastica.

L’insegnamento della religione cattolica permette agli alunni di affrontare le questioni

inerenti il senso della vita e il valore della persona, alla luce della Bibbia e della tradizione cristiana.

Lo studio delle fonti e delle forme storiche del cattolicesimo è parte integrante della conoscenza del

patrimonio storico, culturale e sociale del popolo italiano e delle radici cristiane della cultura

europea. Infatti, «la dimensione religiosa... è intrinseca al fatto culturale, concorre alla formazione

globale della persona e permette di trasformare la conoscenza in sapienza di vita»TPF

79

FPT. Per questo

motivo «la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali,

decifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a

crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto ed a raffinare il senso critico, ad attingere dai

TP

78

PT Cfr La sfida educativa, pp. 49-71.

TP

79

PT BENEDETTO XVI, Discorso agli insegnanti di religione cattolica, 25 aprile 2009.

29

doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il

futuro»TPF

80

FPT.

48. La scuola cattolica e i centri di formazione professionale d’ispirazione cristiana fanno parte

a pieno titolo del sistema nazionale di istruzione e formazione. Nel rispetto delle norme comuni a

tutte le scuole, essi hanno il compito di sviluppare una proposta pedagogica e culturale di qualità,

radicata nei valori educativi ispirati al Vangelo.

Il principio dell’uguaglianza tra le famiglie di fronte alla scuola impone non solo interventi

di sostegno alla scuola cattolica, ma il pieno riconoscimento, anche sotto il profilo economico,

dell’opportunità di scelta tra la scuola statale e quella paritaria. La scuola cattolica potrà essere così

sempre più accessibile a tutti, in particolare a quanti versano in situazioni difficili e disagiate. Il

confronto e la collaborazione a pari titolo tra istituti pubblici, statali e non statali, possono

contribuire efficacemente a rendere più agile e dinamico l’intero sistema scolastico, per rispondere

meglio all’attuale domanda formativa.

La scuola cattolica costituisce una grande risorsa per il Paese. In quanto parte integrante

della missione ecclesiale, essa va promossa e sostenuta nelle diocesi e nelle parrocchie, superando

forme di estraneità o di indifferenza e contribuendo a costruire e valorizzare il suo progetto

educativo. In quanto scuola paritaria, e perciò riconosciuta nel suo carattere di servizio pubblico,

essa rende effettivamente possibile la scelta educativa delle famiglie, offrendo un ricco patrimonio

culturale a servizio delle nuove generazioni.

49. L’università svolge un ruolo determinante per la formazione delle nuove generazioni,

garantendo una preparazione che consente di orientarsi nella complessità culturale odierna.

Il mondo universitario ha il compito di promuovere competenze che abbraccino l’ampiezza

dei problemi, attente alle esigenze di senso e alle implicazioni etiche degli studi e delle ricerche nei

diversi campi del sapere. «Tale capacità – scriveva il Beato John H. Newman – è il risultato di una

formazione scientifica della mente; è una facoltà acquisita di giudizio, chiarezza di visione, sagacia,

sapienza, ampiezza filosofica della mente e auto-controllo e serenità intellettuali»TPF

81

FPT.

«Che cosa è l’università? Qual è il suo compito? … Penso si possa dire che la vera, intima

origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuole sapere

che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità»TPF

82

FPT. L’università rappresenta pertanto un luogo di

incontro e di dialogo tra studenti, docenti e personale tecnico e amministrativo, che condividono un

ambiente ricco di risorse per l’intera società. Il raccordo tra l’università e la Chiesa locale è

promosso attraverso la pastorale universitaria, pienamente inserita nell’impegno di

evangelizzazione della cultura e di formazione dei giovani. Va valorizzato il particolare contributo

reso dai cristiani: con il «servizio del pensiero, essi tramandano alle giovani generazioni i valori di

un patrimonio culturale arricchito da due millenni di esperienza umanistica e cristiana»TPF

83

FPT.

In dialogo con le istituzioni universitarie statali, un ruolo peculiare spetta alle Facoltà

teologiche e agli Istituti superiori di scienze religiose presenti su tutto il territorio nazionale,

all’Università Cattolica del Sacro Cuore e alla LUMSA. Essi mirano alla formazione integrale della

persona, suscitando la ricerca del bello, del buono, del vero e dell’uno; a far maturare competenze

per una comprensione viva del messaggio cristiano e a renderne ragione nel contesto culturale

odierno; «a promuovere una nuova sintesi umanistica, un sapere che sia sapienza capace di

TP

80

PT Ib.

TP

81

PT J. H. NEWMAN, L’idea di università VII, 1: J. H. NEWMAN, Scritti sull’università, Bompiani, Milano 2008, p. 313.

TP

82

PT BENEDETTO XVI, Allocuzione per l’incontro con l’Università degli studi di Roma “La Sapienza”, 17 gennaio 2008.

TP

83

PT GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, 28 giugno 2003, n. 59.

30

orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, un sapere illuminato dalla

fede»TPF

84

FPT.

La responsabilità educativa della società

50. La comunità cristiana offre il suo contributo e sollecita quello di tutti perché la società

diventi sempre più terreno favorevole all’educazione. Favorendo condizioni e stili di vita sani e

rispettosi dei valori, è possibile promuovere lo sviluppo integrale della persona, educare

all’accoglienza dell’altro e al discernimento della verità, alla solidarietà e al senso della festa, alla

sobrietà e alla custodia del creato, alla mondialità e alla pace, alla legalità, alla responsabilità etica

nell’economia e all’uso saggio delle tecnologieTPF

85

FPT.

Ciò richiede il coinvolgimento non solo dei genitori e degli insegnanti, ma anche degli

uomini politici, degli imprenditori, degli artisti, degli sportivi, degli esperti della comunicazione e

dello spettacolo. La società nella sua globalità, infatti, costituisce un ambiente vitale dal forte

impatto educativo; essa veicola una serie di riferimenti fondamentali che condizionano in bene o in

male la formazione dell’identità, incidendo profondamente sulla mentalità e sulle scelte di ciascuno.

Inoltre, i vari ambienti di vita e di relazione – non ultimi quelli del divertimento, del tempo

libero e del turismo – esercitano un’influenza talvolta maggiore di quella dei luoghi tradizionali,

come la famiglia e la scuola. Essi offrono perciò preziose opportunità perché non manchi, in tutti gli

spazi sociali, una proposta educativa integrale.

La comunicazione nella cultura digitale

51. La comunità cristiana guarda con particolare attenzione al mondo della comunicazione come

a una dimensione dotata di una rilevanza imponente per l’educazione. La tecnologia digitale,

superando la distanza spaziale, moltiplica a dismisura la rete dei contatti e la possibilità di

informarsi, di partecipare e di condividere, anche se rischia di far perdere il senso di prossimità e di

rendere più superficiali i rapporti.

La crescita vorticosa e la diffusione planetaria di questi mezzi, favorite dal rapido sviluppo

delle tecnologie digitali, in molti casi acuiscono il divario tra le persone, i gruppi sociali e i popoli.

Soprattutto, non cresce di pari passo la consapevolezza delle implicazioni sociali, etiche e culturali

che accompagnano il diffondersi di questo nuovo contesto esistenziale.

Agendo sul mondo vitale, i processi mediatici arrivano a dare forma alla realtà stessa. Essi

intervengono in modo incisivo sull’esperienza delle persone e permettono un ampliamento delle

potenzialità umane. Dall’influsso più o meno consapevole che esercitano, dipende in buona misura

la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo. Essi vanno considerati positivamente, senza

pregiudizi, come delle risorse, pur richiedendo uno sguardo critico e un uso sapiente e responsabile.

Il loro ruolo nei processi educativi è sempre più rilevante: le tradizionali agenzie educative

sono state in gran parte soppiantate dal flusso mediatico. Un obiettivo da raggiungere, dunque, sarà

anzitutto quello di educare alla conoscenza di questi mezzi e dei loro linguaggi e a una più diffusa

competenza quanto al loro uso.

Il modo di usarli è il fattore che decide quale valenza morale possano avere. Su questo

punto, pertanto, deve concentrarsi l’attenzione educativa, al fine di sviluppare la capacità di

valutarne il messaggio e gli influssi, nella consapevolezza della considerevole forza di attrazione e

di coinvolgimento di cui essi dispongono. Un particolare impegno deve essere posto nel tutelare

l’infanzia, anche con concreti ed efficaci interventi legislativi.

TP

84

PT BENEDETTO XVI, Discorso ai docenti dei Pontifici atenei romani e ai partecipanti all’Assemblea generale della

federazione internazionale delle università cattoliche, 19 novembre 2009.

TP

85

PT Cfr Caritas in veritate, n. 36.

31

Pure in questo campo, l’impresa educativa richiede un’alleanza fra i diversi soggetti. Perciò

sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo, e

mostrare alle giovani generazioni la bellezza di relazioni umane dirette. Inoltre, si rivela

indispensabile l’apporto dei mezzi della comunicazione promossi dalla comunità cristiana (tv, radio,

giornali, siti internet, sale della comunità) e l’impegno educativo negli itinerari di formazione

proposti dalle realtà ecclesiali. Un ruolo importante potrà essere svolto dagli animatori della

comunicazione e della cultura, che si stanno diffondendo nelle nostre comunità, secondo le

indicazioni contenute nel Direttorio sulle comunicazioni socialiTPF

86

FPT.

L’impegno educativo sul versante della nuova cultura mediatica dovrà costituire negli anni a

venire un ambito privilegiato per la missione della Chiesa.

TP

86

PT Cfr CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa.

Comunicazione e missione, 18 giugno 2004, cap. VI; cfr anche BENEDETTO XVI, Discorso ai partecipanti al

Convegno nazionale “Testimoni digitali”, 24 aprile 2010.

32

Capitolo 5 – Indicazioni per la progettazione pastorale

52. Le indicazioni che seguono intendono suggerire alcune linee di fondo, perché ogni Chiesa

particolare possa progettare il proprio cammino pastorale in sintonia con gli orientamenti nazionali.

La condivisione di queste prospettive, accolte e sviluppate a livello locale, favorirà l’azione

concorde delle comunità ecclesiali, chiamate ad assumere consapevolmente la responsabilità

educativa nell’orizzonte culturale e sociale.

Esigenze fondamentali

53. Alla base del nostro cammino, sta la necessità di prendere coscienza delle caratteristiche e

dell’urgenza della questione educativa. L’educazione, infatti, se è compito di sempre, si presenta

ogni volta con aspetti di novità. Per questo non può risolversi in semplici ripetizioni, ma deve

anzitutto prestare la giusta attenzione alla qualità e alle dinamiche della vita sociale.

Oggi è necessario curare in particolare relazioni aperte all’ascolto, al riconoscimento, alla

stabilità dei legami e alla gratuità. Ciò significa:

- cogliere il desiderio di relazioni profonde che abita il cuore di ogni uomo, orientandole alla

ricerca della verità e alla testimonianza della carità;

- porre al centro della proposta educativa il dono come compimento della maturazione della

persona;

- far emergere la forza educativa della fede verso la pienezza della relazione con Cristo nella

comunione ecclesiale.

L’intera vita ecclesiale ha una forte valenza educativa. La comunità cristiana, a partire dalle

parrocchie, deve avvertire l’urgenza di stare accanto ai genitori per offrire loro con disponibilità e

competenza proposte educative valide. In particolare, l’azione pastorale andrà accompagnata da una

costante opera di discernimento, realisticamente calibrato sull’esistente, ma volto a mettere in luce

le risorse e le esperienze positive su cui far leva.

Nell’ottica della corresponsabilità educativa della comunità ecclesiale, andrà condotta

un’attenta verifica delle scelte pastorali sinora compiute:

- A livello nazionale, sarà opportuno valutare gli effetti dei progetti educativi e gli strumenti

elaborati dalla Conferenza Episcopale nei vari ambiti pastorali. Avendo particolare attenzione

all’impostazione emersa dal Convegno ecclesiale di Verona, occorrerà considerare quanto essa

abbia favorito lo sviluppo di una pastorale integrata e missionaria. A tale verifica potranno offrire

un valido contributo anche le Conferenze Episcopali Regionali.

- A livello locale, si tratta di considerare con realismo i punti di debolezza e di sofferenza

presenti nei diversi contesti educativi, come pure le esperienze positive in atto. In particolare, si

suggerisce un esame attento sia dei cammini di formazione dei catechisti, degli operatori pastorali e

degli insegnanti di religione cattolica, sia dei percorsi educativi delle associazioni e dei movimenti.

È evidente che la valutazione dell’impegno educativo per un suo rilancio progettuale può

essere attuata solo in riferimento all’integralità e alla centralità del soggetto umano. Alla base della

progettazione pastorale vi è la visione cristiana della persona: l’idea di educazione che da essa

proviene possiede una sua specifica originalità, anche se è aperta a diversi apporti e si pone in

dialogo con tutti, in particolare con le scienze umane. Appare urgente valorizzare la dimensione

trascendente dell’educazione, per la formazione di persone aperte a Dio e capaci di dedicarsi al bene

della comunità.

33

Obiettivi e scelte prioritarie

54. La lettura della prassi educativa, alla luce dei cambiamenti culturali, stimola nuove scelte di

progettazione, riferite ad alcuni ambiti privilegiati.

a. L’iniziazione cristiana

L’iniziazione cristiana mette in luce la forza formatrice dei sacramenti per la vita cristiana,

realizza l’unità e l’integrazione fra annuncio, celebrazione e carità, e favorisce alleanze educative.

Occorre confrontare le esperienze di iniziazione cristiana di bambini e adulti nelle Chiese locali, al

fine di promuovere la responsabilità primaria della comunità cristiana, le forme del primo annuncio,

gli itinerari di preparazione al battesimo e la conseguente mistagogia per i fanciulli, i ragazzi e i

giovani, il coinvolgimento della famiglia, la centralità del giorno del Signore e dell’Eucaristia,

l’attenzione alle persone disabili, la catechesi degli adulti quale impegno di formazione

permanenteTPF

87

FPT.

In questo decennio sarà opportuno discernere, valutare e promuovere una serie di criteri che

dalle sperimentazioni in atto possano delineare il processo di rinnovamento della catechesi,

soprattutto nell’ambito dell’iniziazione cristiana. È necessario, inoltre, un aggiornamento degli

strumenti catechistici, tenendo conto del mutato contesto culturale e dei nuovi linguaggi della

comunicazioneTPF

88

FPT.

b. Percorsi di vita buona

Ogni ambito del vissuto umano è interpellato dalla sfida educativa. Dobbiamo domandarci

come le indicazioni maturate nel Convegno ecclesiale di Verona siano state recepite e attuate in

ordine al rinnovamento dell’azione ecclesiale e alla formazione dei laici, chiamati a coniugare una

matura spiritualità e il senso di appartenenza ecclesiale con un amore appassionato per la città degli

uomini e la capacità di rendere ragione della propria speranza nelle vicende del nostro tempo.

- Tra i processi di accompagnamento alla costruzione dell’identità personale, merita

particolare rilievo l’educazione alla vita affettiva, a partire dai più piccoli. È importante che a loro in

modo speciale sia annunciato «il Vangelo della vita buona, bella e beata che i cristiani possono

vivere sulle tracce del Signore Gesù»TPF

89

FPT. È urgente accompagnare i giovani nella scoperta della loro

vocazione con una proposta che sappia presentare e motivare la bellezza dell’insegnamento

evangelico sull’amore e sulla sessualità umana, contrastando il diffuso analfabetismo affettivoTPF

90

FPT.

Particolare cura richiede la formazione al matrimonio cristiano e alla vita familiare. Il rinnovamento

di tali itinerari è necessario per renderli cammini efficaci di fede e di esperienza spiritualeTPF

91

FPT. Questo

percorso dovrà continuare anche mediante gruppi di sposi e di spiritualità familiare, animati da

coppie preparate e testimoni di unità e fedeltà nell’amore.

- La capacità di vivere il lavoro e la festa come compimento della vocazione personale

appartiene agli obiettivi dell’educazione cristiana. È importante impegnarsi perché ogni persona

possa vivere «un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello

TP

87

PT Oltre ai documenti della CEI già citati, cfr le tre Note pastorali del Consiglio Episcopale Permanente sull’iniziazione

cristiana: L’iniziazione cristiana 1. Orientamenti per il catecumenato degli adulti, 30 marzo 1997; L’iniziazione

cristiana 2. Orientamenti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, 23 maggio 1999;

L’iniziazione cristiana 3. Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione in età adulta, 8

giugno 2003.

TP

88

PT Cfr Annuncio e catechesi per la vita cristiana, n. 17.

TP

89

PT Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 57.

TP

90

PT Cfr “Rigenerati per una speranza viva”, n. 12.

TP

91

PT Cfr UFFICIO LITURGICO NAZIONALE - UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE - UFFICIO NAZIONALE PER LA PASTORALE

DELLA FAMIGLIA - SERVIZIO NAZIONALE PER LA PASTORALE GIOVANILE, Celebrare il “mistero grande” dell’amore.

Indicazioni per la valorizzazione pastorale del nuovo Rito del matrimonio, 14 febbraio 2006.

34

personale, familiare e spirituale»TPF

92

FPT, prendendosi cura degli altri nella fatica del lavoro e nella gioia

della festa, rendendo possibile la condivisione solidale con chi soffre, è solo o nel bisogno. Oltre a

promuovere una visione autentica e umanizzante di questi ambiti fondamentali dell’esistenza, la

comunità cristiana è chiamata a valorizzare le potenzialità educative dell’associazionismo legato

alle professioni, al tempo libero, allo sport e al turismo.

- L’esperienza della fragilità umana si manifesta in tanti modi e in tutte le età, ed è essa

stessa, in certo modo, una “scuola” da cui imparare, in quanto mette a nudo i limiti di ciascuno. Per

queste ragioni il tema della fragilità entra a pieno titolo nella dinamica del rapporto educativo, nella

formazione e nella ricerca del senso, nelle relazioni di aiuto e di accompagnamento. Pur nella

particolarità di tali situazioni, che non si lasciano rinchiudere in schemi e programmi, non possono

mancare nelle proposte formative la contemplazione della croce di Gesù, il confronto con le

domande suscitate dalla sofferenza e dal dolore, l’esperienza dell’accompagnamento delle persone

nei passaggi più difficili, la testimonianza della prossimità, così da costruire un vero e proprio

cammino di educazione alla speranza.

- La Chiesa esiste per comunicare: è essa stessa tradizione vivente, trasmissione incessante

del Vangelo ricevuto, nei modi culturalmente più fecondi e rilevanti, affinché ogni uomo possa

incontrare il Risorto, che è via, verità e vita. Nel suo nucleo essenziale, la tradizione è trasmissione

di una cultura – fatta di atteggiamenti, comportamenti, costumi di vita, idee, conoscenze,

espressioni artistiche, religiose e politiche – e di un patrimonio spirituale all’interno del quale

crescono e si formano le persone nel volgere delle generazioni. Nell’ampio ventaglio di forme in cui

la Chiesa attua questa responsabilità, un aspetto particolarmente importante è l’educazione alla

comunicazione, mediante la conoscenza, la fruizione critica e la gestione dei media. Anche questa

nuova frontiera passa attraverso le vie ordinarie della pastorale delle parrocchie, delle associazioni e

delle comunità religiose, avvalendosi di apposite iniziative di formazione. Mentre resta necessario

investire risorse adeguate – di persone e mezzi – in questo ambito, occorre sostenere l’impegno di

quanti operano da cristiani nell’universo della comunicazione.

- Avvertiamo infine la necessità di educare alla cittadinanza responsabile. L’attuale

dinamica sociale appare segnata da una forte tendenza individualistica che svaluta la dimensione

sociale, fino a ridurla a una costrizione necessaria e a un prezzo da pagare per ottenere un risultato

vantaggioso per il proprio interesse. Nella visione cristiana l’uomo non si realizza da solo, ma

grazie alla collaborazione con gli altri e ricercando il bene comune. Per questo appare necessaria

una seria educazione alla socialità e alla cittadinanza, mediante un’ampia diffusione dei principi

della dottrina sociale della Chiesa, anche rilanciando le scuole di formazione all’impegno sociale e

politico. Una cura particolare andrà riservata al servizio civile e alle esperienze di volontariato in

Italia e all’estero. Si dovrà sostenere la crescita di una nuova generazione di laici cristiani, capaci di

impegnarsi a livello politico con competenza e rigore moralePF

93

FP.

c. Alcuni luoghi significativi

Nell’ottica di una decisa scommessa per l’educazione e della ricerca di sinergie e alleanze

educative, un’attenzione specifica andrà rivolta ad alcune esperienze peculiari.

- La reciprocità tra famiglia, comunità ecclesiale e società. Questi luoghi emblematici

dell’educazione devono stabilire una feconda alleanza per valorizzare gli organismi deputati alla

partecipazione; promuovere il dialogo, l’incontro e la collaborazione tra i diversi educatori; attivare

e sostenere iniziative di formazione su progetti condivisi. In questa alleanza va riconosciuto e

sostenuto il primato educativo della famiglia. Nell’ambito parrocchiale, inoltre, è necessario attivare

la conoscenza e la collaborazione tra catechisti, insegnanti – in particolare di religione cattolica – e

animatori di oratori, associazioni e gruppi. La scuola e il territorio, con le sue molteplici esperienze

TP

92

PT Caritas in veritate, n. 63.

TP

93

PT Cfr BENEDETTO XVI, Omelia nella Celebrazione eucaristica sul sagrato del Santuario di Nostra Signora di Bonaria,

Cagliari, 7 settembre 2008.

35

e forme aggregative (palestre, scuole di calcio e di danza, laboratori musicali, associazioni di

volontariato…), rappresentano luoghi decisivi per realizzare queste concrete modalità di alleanza

educativa.

- La promozione di nuove figure educative. Occorre promuovere una diffusa responsabilità

del laicato, perché germini la sensibilità ad assumere compiti educativi nella Chiesa e nella società.

In relazione ad ambiti pastorali specifici dovranno svilupparsi figure quali laici missionari che

portino il primo annuncio del Vangelo nelle case e tra gli immigrati; accompagnatori dei genitori

che chiedono per i figli il battesimo o i sacramenti dell’iniziazione; catechisti per il catecumenato

dei giovani e degli adulti; formatori degli educatori e dei docenti; evangelizzatori di strada, nel

mondo della devianza, del carcere e delle varie forme di povertà.

- La formazione teologica. Per questi obiettivi, un particolare contributo è richiesto alle

Facoltà teologiche, ai Seminari, agli Istituti superiori di scienze religiose, alle scuole di formazione

teologica. Si potrà così contare su educatori e operatori pastorali qualificati per un’educazione

attenta alle persone, rispondente alle domande poste alla fede dalla cultura e in grado di rendere

ragione della speranza in Cristo nei diversi ambienti di vita.

55. Consideriamo urgente puntare nel corso del decennio su alcune priorità, al fine di dare

impulso e forza al compito educativo delle nostre comunità.

- La cura della formazione permanente degli adulti e delle famiglie. Questa scelta

qualificante, già presente negli orientamenti pastorali dei decenni passati, merita ulteriore sviluppo,

accoglienza e diffusione nelle parrocchie e nelle altre realtà ecclesiali. Un’attenzione particolare

andrà riservata alla prima fase dell’età adulta, quando si assumono nuove responsabilità nel campo

del lavoro, della famiglia e della società.

- Il rilancio della vocazione educativa degli istituti di vita consacrata, delle associazioni e

dei movimenti ecclesiali. Si tratta di riproporre la tradizione educativa di realtà che hanno dato

molto alla formazione di sacerdoti, religiosi e laici. Bisogna perciò che le parrocchie e gli altri

soggetti ecclesiali sviluppino una pastorale integrata e missionaria, in particolare negli ambiti di

frontiera dell’educazione.

- La promozione di un ampio dibattito e di un proficuo confronto sulla questione educativa

anche nella società civile, al fine di favorire convergenze e un rinnovato impegno da parte di tutte le

istituzioni e i soggetti interessati.

36

Affidati alla guida materna di Maria

56. Il volto di un popolo si plasma in famiglia. È qui che “i suoi membri acquisiscono gli

insegnamenti fondamentali. Essi imparano ad amare in quanto sono amati gratuitamente, imparano

il rispetto di ogni altra persona in quanto sono rispettati, imparano a conoscere il volto di Dio in

quanto ne ricevono la prima rivelazione da un padre e da una madre pieni di attenzione”TPF

94

FPT.

Soprattutto grazie alla donna è possibile riscoprire i valori che rendono umana la società:

ella “conserva l’intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di attività orientate al

risveglio dell’altro, alla sua crescita, alla sua protezione”TPF

95

FPT.

Maria, donna esemplare, porge alla Chiesa lo specchio in cui essa è invitata a riconoscere la

propria identità, gli affetti del cuore, gli atteggiamenti e i gesti che Dio attende da lei.

Con questa disponibilità, ci poniamo sotto lo sguardo della Madre di Dio, perché ci guidi

nel cammino dell’educazione.

Maria, Vergine del silenzio,

non permettere che davanti alle sfide di questo tempo

la nostra esistenza sia soffocata dalla rassegnazione o dall’impotenza.

Aiutaci a custodire l’attitudine all’ascolto,

grembo nel quale la parola diventa feconda

e ci fa comprendere che nulla è impossibile a Dio.

Maria, Donna premurosa,

destaci dall’indifferenza che ci rende stranieri a noi stessi.

Donaci la passione che ci educa a cogliere il mistero dell’altro

e ci pone a servizio della sua crescita.

Liberaci dall’attivismo sterile,

perché il nostro agire scaturisca da Cristo, unico Maestro.

Maria, Madre dolorosa,

che dopo aver conosciuto l’infinita umiltà di Dio nel Bambino di Betlemme,

hai provato il dolore straziante di stringerne tra le braccia il corpo martoriato,

insegnaci a non disertare i luoghi del dolore;

rendici capaci di attendere con speranza quell’aurora pasquale

che asciuga le lacrime di chi è nella prova.

Maria, Amante della vita,

preserva le nuove generazioni

dalla tristezza e dal disimpegno.

Rendile per tutti noi sentinelle

di quella vita che inizia il giorno in cui ci si apre,

ci si fida e ci si dona.

TP

94

PT J. RATZINGER, Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e

nel mondo, 31 maggio 2004.

TP

95

PT Ib.

37

APPENDICE

Discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla 61P

a

P Assemblea Generale

della Conferenza Episcopale Italiana, 27 maggio 2010

Venerati e cari Fratelli,

nel Vangelo proclamato domenica scorsa, Solennità di Pentecoste, Gesù ci ha promesso: “Il

Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi

ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26). Lo Spirito Santo guida la Chiesa nel mondo e

nella storia. Grazie a questo dono del Risorto, il Signore resta presente nello scorrere degli eventi; è

nello Spirito che possiamo riconoscere in Cristo il senso delle vicende umane. Lo Spirito Santo ci fa

Chiesa, comunione e comunità incessantemente convocata, rinnovata e rilanciata verso il

compimento del Regno di Dio. È nella comunione ecclesiale la radice e la ragione fondamentale del

vostro convenire e del mio essere ancora una volta con voi, con gioia, in occasione di questo

appuntamento annuale; è la prospettiva con la quale vi esorto ad affrontare i temi del vostro lavoro,

nel quale siete chiamati a riflettere sulla vita e sul rinnovamento dell’azione pastorale della Chiesa

in Italia. Sono grato al Cardinale Angelo Bagnasco per le cortesi e intense parole che mi ha rivolto,

facendosi interprete dei vostri sentimenti: il Papa sa di poter contare sempre sui Vescovi italiani. In

voi saluto le comunità diocesane affidate alle vostre cure, mentre estendo il mio pensiero e la mia

vicinanza spirituale all’intero popolo italiano.

Corroborati dallo Spirito, in continuità con il cammino indicato dal Concilio Vaticano II, e

in particolare con gli orientamenti pastorali del decennio appena concluso, avete scelto di assumere

l’educazione quale tema portante per i prossimi dieci anni. Tale orizzonte temporale è

proporzionato alla radicalità e all’ampiezza della domanda educativa. E mi sembra necessario

andare fino alle radici profonde di questa emergenza per trovare anche le risposte adeguate a questa

sfida. Io ne vedo soprattutto due. Una radice essenziale consiste – mi sembra – in un falso concetto

di autonomia dell’uomo: l’uomo dovrebbe svilupparsi solo da se stesso, senza imposizioni da parte

di altri, i quali potrebbero assistere il suo autosviluppo, ma non entrare in questo sviluppo. In realtà,

è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall’altro, l’“io” diventa se

stesso solo dal “tu” e dal “noi”, è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E

solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso. Perciò la cosiddetta educazione

antiautoritaria non è educazione, ma rinuncia all’educazione: così non viene dato quanto noi siamo

debitori di dare agli altri, cioè questo “tu” e “noi” nel quale si apre l’ “io” a se stesso. Quindi un

primo punto mi sembra questo: superare questa falsa idea di autonomia dell’uomo, come un “io”

completo in se stesso, mentre diventa “io” anche nell’incontro collettivo con il “tu” e con il “noi”.

L’altra radice dell’emergenza educativa io la vedo nello scetticismo e nel relativismo o, con

parole più semplici e chiare, nell’esclusione delle due fonti che orientano il cammino umano. La

prima fonte dovrebbe essere la natura secondo la Rivelazione. Ma la natura viene considerata oggi

come una cosa puramente meccanica, quindi che non contiene in sé alcun imperativo morale, alcun

orientamento valoriale: è una cosa puramente meccanica, e quindi non viene alcun orientamento

dall’essere stesso. La Rivelazione viene considerata o come un momento dello sviluppo storico,

quindi relativo come tutto lo sviluppo storico e culturale, o – si dice – forse c’è rivelazione, ma non

comprende contenuti, solo motivazioni. E se tacciono queste due fonti, la natura e la Rivelazione,

anche la terza fonte, la storia, non parla più, perché anche la storia diventa solo un agglomerato di

decisioni culturali, occasionali, arbitrarie, che non valgono per il presente e per il futuro.

Fondamentale è quindi ritrovare un concetto vero della natura come creazione di Dio che parla a

38

noi; il Creatore, tramite il libro della creazione, parla a noi e ci mostra i valori veri. E poi così anche

ritrovare la Rivelazione: riconoscere che il libro della creazione, nel quale Dio ci dà gli orientamenti

fondamentali, è decifrato nella Rivelazione, è applicato e fatto proprio nella storia culturale e

religiosa, non senza errori, ma in una maniera sostanzialmente valida, sempre di nuovo da

sviluppare e da purificare. Così, in questo “concerto” – per così dire – tra creazione decifrata nella

Rivelazione, concretizzata nella storia culturale che sempre va avanti e nella quale noi ritroviamo

sempre più il linguaggio di Dio, si aprono anche le indicazioni per un’educazione che non è

imposizione, ma realmente apertura dell’“io” al “tu”, al “noi” e al “Tu” di Dio.

Quindi le difficoltà sono grandi: ritrovare le fonti, il linguaggio delle fonti, ma, pur

consapevoli del peso di queste difficoltà, non possiamo cedere alla sfiducia e alla rassegnazione.

Educare non è mai stato facile, ma non dobbiamo arrenderci: verremmo meno al mandato che il

Signore stesso ci ha affidato, chiamandoci a pascere con amore il suo gregge. Risvegliamo piuttosto

nelle nostre comunità quella passione educativa, che è una passione dell’“io” per il “tu”, per il

“noi”, per Dio, e che non si risolve in una didattica, in un insieme di tecniche e nemmeno nella

trasmissione di principi aridi. Educare è formare le nuove generazioni, perché sappiano entrare in

rapporto con il mondo, forti di una memoria significativa che non è solo occasionale, ma

accresciuta dal linguaggio di Dio che troviamo nella natura e nella Rivelazione, di un patrimonio

interiore condiviso, della vera sapienza che, mentre riconosce il fine trascendente della vita, orienta

il pensiero, gli affetti e il giudizio.

I giovani portano una sete nel loro cuore, e questa sete è una domanda di significato e di

rapporti umani autentici, che aiutino a non sentirsi soli davanti alle sfide della vita. È desiderio di un

futuro, reso meno incerto da una compagnia sicura e affidabile, che si accosta a ciascuno con

delicatezza e rispetto, proponendo valori saldi a partire dai quali crescere verso traguardi alti, ma

raggiungibili. La nostra risposta è l’annuncio del Dio amico dell’uomo, che in Gesù si è fatto

prossimo a ciascuno. La trasmissione della fede è parte irrinunciabile della formazione integrale

della persona, perché in Gesù Cristo si realizza il progetto di una vita riuscita: come insegna il

Concilio Vaticano II, “chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo”

(Gaudium et spes, n. 41). L’incontro personale con Gesù è la chiave per intuire la rilevanza di Dio

nell’esistenza quotidiana, il segreto per spenderla nella carità fraterna, la condizione per rialzarsi

sempre dalle cadute e muoversi a costante conversione.

Il compito educativo, che avete assunto come prioritario, valorizza segni e tradizioni, di cui

l’Italia è così ricca. Necessita di luoghi credibili: anzitutto la famiglia, con il suo ruolo peculiare e

irrinunciabile; la scuola, orizzonte comune al di là delle opzioni ideologiche; la parrocchia, “fontana

del villaggio”, luogo ed esperienza che inizia alla fede nel tessuto delle relazioni quotidiane. In

ognuno di questi ambiti resta decisiva la qualità della testimonianza, via privilegiata della missione

ecclesiale. L’accoglienza della proposta cristiana passa, infatti, attraverso relazioni di vicinanza,

lealtà e fiducia. In un tempo nel quale la grande tradizione del passato rischia di rimanere lettera

morta, siamo chiamati ad affiancarci a ciascuno con disponibilità sempre nuova, accompagnandolo

nel cammino di scoperta e assimilazione personale della verità. E facendo questo anche noi

possiamo riscoprire in modo nuovo le realtà fondamentali.

La volontà di promuovere una rinnovata stagione di evangelizzazione non nasconde le ferite

da cui la comunità ecclesiale è segnata, per la debolezza e il peccato di alcuni suoi membri. Questa

umile e dolorosa ammissione non deve, però, far dimenticare il servizio gratuito e appassionato di

tanti credenti, a partire dai sacerdoti. L’anno speciale a loro dedicato ha voluto costituire

un’opportunità per promuoverne il rinnovamento interiore, quale condizione per un più incisivo

impegno evangelico e ministeriale. Nel contempo, ci aiuta anche a riconoscere la testimonianza di

santità di quanti – sull’esempio del Curato d’Ars – si spendono senza riserve per educare alla

speranza, alla fede e alla carità. In questa luce, ciò che è motivo di scandalo, deve tradursi per noi in

39

richiamo a un “profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di

imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia” (Intervista ai giornalisti

durante il volo verso il Portogallo, 11 maggio 2010).

Cari Fratelli, vi incoraggio a percorrere senza esitazioni la strada dell’impegno educativo. Lo

Spirito Santo vi aiuti a non perdere mai la fiducia nei giovani, vi spinga ad andare loro incontro, vi

porti a frequentarne gli ambienti di vita, compreso quello costituito dalle nuove tecnologie di

comunicazione, che ormai permeano la cultura in ogni sua espressione. Non si tratta di adeguare il

Vangelo al mondo, ma di attingere dal Vangelo quella perenne novità, che consente in ogni tempo

di trovare le forme adatte per annunciare la Parola che non passa, fecondando e servendo l’umana

esistenza. Torniamo, dunque, a proporre ai giovani la misura alta e trascendente della vita, intesa

come vocazione: chiamati alla vita consacrata, al sacerdozio, al matrimonio, sappiano rispondere

con generosità all’appello del Signore, perché solo così potranno cogliere ciò che è essenziale per

ciascuno. La frontiera educativa costituisce il luogo per un’ampia convergenza di intenti: la

formazione delle nuove generazioni non può, infatti, che stare a cuore a tutti gli uomini di buona

volontà, interpellando la capacità della società intera di assicurare riferimenti affidabili per lo

sviluppo armonico delle persone.

Anche in Italia la presente stagione è marcata da un’incertezza sui valori, evidente nella

fatica di tanti adulti a tener fede agli impegni assunti: ciò è indice di una crisi culturale e spirituale,

altrettanto seria di quella economica. Sarebbe illusorio – questo vorrei sottolinearlo – pensare di

contrastare l’una, ignorando l’altra. Per questa ragione, mentre rinnovo l’appello ai responsabili

della cosa pubblica e agli imprenditori a fare quanto è nelle loro possibilità per attutire gli effetti

della crisi occupazionale, esorto tutti a riflettere sui presupposti di una vita buona e significativa,

che fondano quell’autorevolezza che sola educa e ritorna alle vere fonti dei valori. Alla Chiesa,

infatti, sta a cuore il bene comune, che ci impegna a condividere risorse economiche e intellettuali,

morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le

sfide del Paese. Questa prospettiva, ampiamente sviluppata nel vostro recente documento su Chiesa

e Mezzogiorno, troverà ulteriore approfondimento nella prossima Settimana Sociale dei cattolici

italiani, prevista in ottobre a Reggio Calabria, dove, insieme alle forze migliori del laicato cattolico,

vi impegnerete a declinare un’agenda di speranza per l’Italia, perché "le esigenze della giustizia

diventino comprensibili e politicamente realizzabili" (Deus caritas est, n. 28). Il vostro ministero,

cari Confratelli, e la vivacità delle comunità diocesane alla cui guida siete posti, sono la migliore

assicurazione che la Chiesa continuerà responsabilmente ad offrire il suo contributo alla crescita

sociale e morale dell’Italia.

Chiamato per grazia ad essere Pastore della Chiesa universale e della splendida Città di

Roma, porto costantemente con me le vostre preoccupazioni e le vostre attese, che nei giorni scorsi

ho deposto – con quelle dell’intera umanità – ai piedi della Madonna di Fatima. A Lei va la nostra

preghiera: “Vergine Madre di Dio e nostra Madre carissima, la tua presenza faccia rifiorire il

deserto delle nostre solitudini e brillare il sole sulle nostre oscurità, faccia tornare la calma dopo la

tempesta, affinché ogni uomo veda la salvezza del Signore, che ha il nome e il volto di Gesù,

riflesso nei nostri cuori, per sempre uniti al tuo! Così sia!” (Fatima, 12 maggio 2010). Di cuore vi

ringrazio e vi benedico.

Città del Vaticano, 27 maggio 2010

BENEDETTO XVI

40

INDICE

Presentazione

Introduzione (1-6)

Alla scuola di Cristo, maestro e pedagogo

Un rinnovato impegno ecclesiale

Una speranza affidabile, anima dell’integrazione

Capitolo 1 – Educare in un mondo che cambia (7-15)

È tempo di discernimento

Nei nodi della cultura contemporanea

Dall’accoglienza all’integrazione

Per la crescita integrale della persona

Capitolo 2 – Gesù, il Maestro (16-24)

«Si mise a insegnare loro molte cose»

Dio educa il suo popolo

La Chiesa discepola, madre e maestra

Formare alla vita secondo lo Spirito

Capitolo 3 – Educare, cammino di relazione e di fiducia (25-34)

Un desiderio che trova risposta

Un incontro che genera un cammino

Con la credibilità del testimone

Passione per l’educazione

Una relazione che si trasforma nel tempo

Negli ambiti della vita quotidiana

Una storia di santità

Capitolo 4 – La Chiesa, comunità educante (35-51)

«Un solo corpo e un solo spirito»

Il primato educativo della famiglia

Nel cantiere dell’educazione cristiana

La parrocchia, crocevia delle istanze educative

La scuola e l’università

La responsabilità educativa della società

La comunicazione nella cultura digitale

Capitolo 5 – Indicazioni per la progettazione pastorale (52-55)

Esigenze fondamentali

Obiettivi e scelte prioritarie

Affidati alla guida materna di Maria (56)

41

Appendice

Discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla 61P

a

P Assemblea Generale della Conferenza

Episcopale Italiana, 27 maggio 2010


 

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