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Home Page > Documenti utili > atti e documenti associativi > Mozione finale del XII Congresso Nazionale > La relazione congressuale

La relazione congressuale
L'intervento di apertura del Presidente nazionale

  XII CONGRESSO NAZIONALE DEL CTG

XII CONGRESSO NAZIONALE DEL CTG

 

 

 

 

 

 

 

PRENDERE IL LARGO

 

IL COMPITO NUOVO DEL CENTRO TURISTICO GIOVANILE PER LA PROMOZIONE DI UN TURISMO CONSAPEVOLE,  L’ANIMAZIONE SOCIALE, LA RESPONSABILITA’ PER IL CREATO.

 

 

 

 

RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL PRESIDENTE NAZIONALE

 

 

 

 

 

RIETI, 25/28 APRILE 2002

 

 

 


Gentili signore e signori invitati,

delegate e delegati in rappresentanza dell’associazione,

care amiche e cari amici del Ctg

a Voi tutti un  cordiale benvenuto a questo dodicesimo congresso e un sincero  ringraziamento per una partecipazione che gratifica e onora tutta l’associazione.

 

1.

Da quanto ho saputo stasera, tu avresti manifestato il desiderio che l’annuncio dell’avvicendamento alla Giac venisse annunziato domani sera.  Non avendoti trovato e dovendo partire per Bologna ti lascio questo scritto forzatamente breve ma nel quale le cose che non riesco a dire tu certo le immagini. Importante, infatti, è di essere vicini nel momento della sofferenza; e questo, del distacco dalla Giac, è certamente un dolore per te.

Ti sia di conforto il pensiero che lasci dietro a te realizzazioni come quelle della Domus Pacis e del Ctg che continueranno a fare del bene ed a meritare per te nel settore giovanile.

 

Queste righe le scriveva Luigi Gedda la sera del 16 ottobre 1952.

Quel Luigi Gedda scomparso proprio nel corso di questo quadriennio, il 26 settembre 2000,  allora  presidente centrale dell’Azione Cattolica, ma anche fondatore del Csi, ideatore dei Comitati civici, medico e genetista di fama mondiale, testimone di un secolo percorso quasi interamente.

Destinatario della lettera era un altra grande figura di questo 900 da poco trascorso: Carlo Carretto, appena dimessosi dalla guida dei giovani cattolici dopo un vivace contrasto con lo stesso Gedda.

Sono andato a riguardarmi le foto del nostro archivio: le foto in bianco e nero dei due personaggi si rincorrono anche nel nostro album di famiglia. Eccoli in udienza da Pio XII, alla benedizione della bandiera, nel corso di una riunione di consiglio.

 

… lasci dietro a te realizzazioni come quelle del Ctg che continueranno a fare del bene ed a meritare per te nel settore giovanile.

Sono parole di cinquant’anni fa, ma importanti, che continuano a costituire per noi una consegna, un vero e proprio impegno che arriva fino ad oggi, fino a questo dodicesimo congresso.

Si può ben capire dunque  quanto ci si possa sentire inadeguati nel fare questa relazione. Perché non è facile per nessuno continuare “a fare del bene e a meritare nel settore giovanile”. 

Anzi, ci vuole forse un po’ di presunzione, di imprudenza per poter assumere un ruolo così impegnativo.

Bisogna essere un po’ imprudenti per uscire dal quieto vivere e avventurarsi su strade incerte. O meglio, su strade con difficoltà certe.

Ma - ci ricorda dom Helder Camara, altro grande testimone del secolo, anche lui scomparso recentemente, nel 1999 - “ la maggiore e più grave delle imprudenze è la propria prudenza che si fida di sé, si trasforma in calcolo e prescinde dalle follie di Dio”.

 

E non bisogna essere anche un po’ folli per “Prendere il largo”, per riprenderlo, per ritornare a pescare dopo averlo fatto tutta la notte e senza alcun risultato?

Quante volte ci siamo riconosciuti, anche nella nostra vita associativa, in quell’episodio. Quante volte abbiamo avuto la tentazione di lasciare dopo aver visto naufragare tentativi, insabbiarsi progetti, aver prodotto sforzi senza nessun tangibile risultato? Quante volte ci siamo sentiti inutili, velleitari, stanchi, sconfitti?

Eppure siamo ancora qui a voler prendere il largo.

 

Non è un caso questo titolo congressuale.

Nel chiudere le pagine della Novo Millennio Ineunte, lettera apostolica al termine del grande Giubileo dell’anno 2000, Giovanni Paolo II  ha ripreso l’esortazione evangelica Duc in altum, “Prendi il largo”, non tanto per fare una citazione, ma per indicare un vero e proprio programma di vita per il millennio in corso.

Un invito, un grido a voce alta, che trova sostegno anche in quel perentorio “Non abbiate paura” con cui aveva aperto il suo pontificato.

 

Un invito che non possiamo non raccogliere.

Innanzitutto perché siamo, anzi rivendichiamo la nostra natura di associazione di ispirazione cristiana e come tale abbiamo la fiducia che “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”  (atti, 17,27-28).

Ma anche perchè c’è in noi la consapevolezza che bisogna “andare avanti con speranza”, con quella speranza che non delude.

Anche se siamo ugualmente consapevoli, come diceva molto bene lo scrittore francese Georges Bernanos, che “la speranza è un rischio da correre. E’ addirittura il rischio dei rischi”.  

 

Rischiare allora di andare al largo.

 Dobbiamo,  se vogliamo fare la buona  pesca, perché è solo al largo che passano i branchi, i pesci più grossi. Sotto riva si sta sottovento, più tranquilli, ma lì al massimo potremo gettare l’amo, non le reti.

 E chissà che, andando al largo, non corriamo anche noi il rischio di tirare su le reti e di trovarle tanto stracariche da  aver paura della loro rottura. 

 

In fondo credo che, se andremo al largo, sarà per noi meno difficile   continuare a fare del bene ed a meritare nel settore giovanile.

 

E’ il compito antico e sempre nuovo che abbiamo.

Antico perché – come abbiamo visto – è il motivo per cui siamo nati, per cui questa associazione è stata creata.

In un momento in cui si era intuito che solo entrando nella società, nell’organizzazione sociale, si poteva incidere, fare testimonianza, lasciare un segno.

Antico come la memoria che conserviamo.

 

E sempre nuovo, di converso.

Perché sempre nuovi sono gli scenari che ci si pongono di fronte. Ragionare, programmare, affrontare le situazioni come 10, 20, 30 o più anni fa non è coerenza.

 E’ solo stupidità.

Già nel congresso del ’90 Norberto Tonini definiva come un caleidoscopio la nostra società. Come uno di quei strumenti in cui guardi dentro e vedi le figure cambiare incessantemente.    Ecco dunque perché il nostro compito si fa ogni giorno nuovo. Perché ogni giorno si devono affrontare casi nuovi. E a situazioni e domande nuove vanno date risposte nuove.  Con la memoria di quanto abbiamo fatto e con la freschezza di chi inventa e crea.

O meglio, sfruttando il testo di una canzone di Pierangelo Bertoli, “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.                                   

 

 

 

 

2.

 

Un compito nuovo che abbiamo innanzitutto nel turismo.

Perché ci chiamiamo “Centro Turistico Giovanile” e, anche se non siamo un’agenzia turistica, bensì un’agenzia educativa che opera attraverso il turismo, di turismo noi ci siamo occupati da sempre e vogliamo continuare a farlo.

Anzi, vogliamo continuare a farlo sempre di più.

Perché c’è la necessità di farlo, soprattutto oggi che si tende a leggere il turismo unicamente come fenomeno economico e produttivo.

Aspetto questo rafforzato anche dalla scomparsa del Ministero centrale e la trasmigrazione della Direzione Generale dalla Presidenza del Consiglio  al Ministero delle attività produttive.

Eppure il turismo non è solo economia, ma da sempre anche cultura, incontro di popoli, crescita dell’uomo.

Quell'uomo, dice Mounier, è persona. E' libertà, creatività, genialità individuale. Ma anche socialità, spinta verso l'altro; è vivere, sognare, amare insieme.

 

Cosa c’entra Mounier, direte?

A lanciarvi una provocazione.

Se il turismo è per l’uomo (e non per riempire gli alberghi, che sono invece strumenti dell’offerta), non sarebbe ora di pensare di metterlo effettivamente al centro della programmazione turistica? Spostando l’ottica dalle strutture turistiche al fruitore di queste, l’uomo appunto, quello che fa turismo.

Mi sembra invece che talvolta, o spesso, ad avere la centralità nel settore non siano i soggetti attivi, i turisti, ma siano gli operatori economici, albergatori, ristoratori o altro, quelli che dovrebbero essere al servizio del settore.

 Senza togliere nulla a queste categorie dove operano spesso persone di grande umanità, nel contempo dotate di grande capacità professionale.

 

Ma queste doti, soprattutto in un paese a larga e diffusa vocazione turistica come l’Italia, possono essere solo degli operatori o andrebbero richieste a tutta la popolazione?

 Risposta scontata, anche se apre un altro grande interrogativo.

Chi educa al turismo?

Non certo la scuola che talvolta si limita ad essere distributore automatico di nozioni più che effettivo luogo di formazione dell’individuo.

Insomma, chi educa allora i nostri cittadini, i nostri ragazzi, le nostre comunità all’accoglienza, al rispetto, all’incontro con i “visitatori”?

E chi li educa quando diventano a loro volta turisti?

Può essere un tema rinviabile in un Paese a larga vocazione al settore come il nostro?

Noi un nostro mattone l’abbiamo portato: l’abbiamo fatto con l’elaborazione del  progetto dei Comuni per il turismo giovanile, iniziativa nella quale l’associazione vuole fortemente giocarsi in prima persona, ma con l’indispensabile sinergia degli enti locali.

 

E un secondo mattone l’abbiamo posto stringendo un protocollo d’intesa su questi temi con il Ministero della Pubblica Istruzione.

Ma non fermandoci alla semplice firma.

Questa è stata infatti la chiave per aprire un già importante numero di collaborazioni sul territorio tra il Ctg e le singole scuole, in forza anche della cosiddetta autonomia scolastica.

 

Un altro mattone, il terzo, l’abbiamo portato assieme all’ANDISU, l’associazione degli enti italiani per il diritto allo studio universitario. Con loro abbiamo avviato e stiamo ormai realizzando  un progetto ambizioso e insieme importante: quello di aprire le case dello studente alla mobilità dei giovani durante i periodi di vacanza.

Capite bene che si creerà così un circuito di ospitalità fondamentale, da noi organizzato.

Primario rispetto a quelli che sono oggi gli esigui spazi che l’ospitalità giovanile può offrire attraverso gli ostelli o le case per ferie.

Ma anche luoghi in cui potremo e dovremo portare la nostra vocazione formativa.

Ma che potremo – ne sono convinto - assicurarla  solo nella misura in cui avremo anche la necessaria operatività e capacità tecnica.

 

Ecco il motivo per cui in questi anni abbiamo favorito il crearsi e lo sviluppo di esperienze nuove, tecniche, professionali, a sostegno dell’attività associativa.

 Non va letta come cosa negativa la costituzione di società, di cooperative,  di forme sociali accanto all’associazione vera e propria, pronte a  sostenere e a rafforzare con capacità l’azione associativa.

Come non va letta negativamente la ripresa di un dialogo - anche se lento e finora poco concreto al di là delle enunciazioni - con organizzazioni esterne di tipo forse più imprenditoriale che associazionistico.

 

Non dobbiamo avere paura

In fondo nulla di nuovo.

Non sarebbe altro che un ritorno agli inizi associativi, a prima della scissione del 1973, stando però ben attenti a non ripetere errori che nel passato hanno pregiudicato per anni il cammino e un possibile forte sviluppo del Ctg.

Ma che hanno pregiudicato anche, ed è quello che più importa, un servizio che da noi si attendeva il mondo giovanile, la società civile, la chiesa italiana.

In fondo l’anima non serve molto se non ha un corpo in cui incarnarsi, mentre il corpo non ha vera vita senza un’anima.

Scindere anima e corpo, dividere l’ispirazione ideale dalla capacità organizzativa, significa non poter giocare a fondo, pienamente, un ruolo.

Ci dovremo perciò dotare, nei prossimi anni, di strumenti giusti (una società di servizi, una joint-venture, un meccanismo efficace) per poter essere in grado di essere anche, sempre più, associazione di servizio.

 E sottolineo, di servizio e non di servizi.  

 

 

3.

Siamo tornati dunque ad un tema ricorrente da anni e anni nel nostro dibattito associativo.

All’anima.

Precisamente, a voler dare un’anima al turismo. Ma un turismo con l’anima, cos’è altro se non un turismo consapevole?

In questi ultimi decenni abbiamo assistito al fiorire di articoli, documenti, convegni, di associazioni più o meno grandi, tutti incentrati su termini come turismo etico, umano, durevole, sostenibile, responsabile e così via.

 

Noi stessi in questo quadriennio abbiamo aderito all’Associazione Italiana Turismo Responsabile, ricoprendovi anche cariche direttive.

 Ma in definitiva ci siamo accorti che la nostra vecchia intuizione di dare un’anima al turismo stava alla base di tutte queste nuove denominazioni, forse più di moda. 

E se proprio allora è necessario modernizzare anche la nostra terminologia, forse dobbiamo  sostenere e farci promotori, in generale,  di una proposta di turismo che superi il concetto,  significativo ma forse troppo  basato su regole e imposizioni,  di “responsabile”  e punti invece su quello - che riguarda più l’educazione e l’atteggiamento interiore personale - di “consapevole”.

 

Per la doppia natura del Ctg di associazione civile ed ecclesiale è evidente che questo impegno non ci coinvolge solamente nei confronti della società, ma anche nei confronti del mondo cattolico.

 

In questi anni la situazione della pastorale del turismo e tempo libero della Cei ha avuto uno sviluppo che lascia spazio a qualche preoccupazione.

A fronte di un ufficio che ha continuato a rappresentare un sempre valido e coerente punto di riferimento per l’associazionismo cattolico, va registrata la soppressione della commissione ecclesiale (composta cioè da vescovi, religiosi e laici) a suo tempo costituita e nella quale un nostro rappresentante aveva operato stabilmente per anni.

La sostituzione è avvenuta con l’incarico a un vescovo all’interno della commissione cultura, mentre ancora non è stata costituita la prevista consulta che dovrebbe coinvolgere più attivamente il mondo dell’associazionismo

 

Spiace dire che non mi sembra proprio quello che era l’auspicio di Giovanni Paolo II nel discorso al  congresso mondiale della pastorale del turismo del 1979, in cui affermava che la pastorale del turismo esige sempre più - accanto alla buona volontà che rimane un contributo prezioso - persone debitamente preparate e formate a questo servizio particolarissimo dell’evangelizzazione.

 “Un compito proprio dei laici cristiani che fino ad ora non hanno preso sufficientemente, o non hanno osato prendere, il loro posto in un mondo che riguarda soprattutto loro”. 

Con tutto il rispetto del caso, viene da domandarsi se la colpa sia proprio tutta dei laici che non abbiano osato prendere il loro posto.

Non possiamo non nasconderci infine che vi è comunque un atteggiamento generale di piccolo cabotaggio nel settore.

Quasi a riprova che a questa pastorale ci si crede poco e che sia un po’ una cenerentola cui dedicare ciò che rimane una volta esaurite le cose importanti.

Un vero peccato, soprattutto in rapporto alle felici intuizioni di una teologia del tempo libero, destinato a diventare un moderno areopago.

 E’ una atteggiamento che abbiamo dovuto rilevare purtroppo anche in occasione della nomina di alcuni nostri consulenti, incaricati più di coprire un buco che di un impegno forte e specifico.

E’ una situazione che ci tocca, al di là dei casi specifici, che ci dispiace. Dovremo anche qui portare un nostro piccolo mattone per cercare di migliorare le cose.

 

 

 

4.

Ma vi è un compito nuovo dell’associazione anche nei confronti della responsabilità verso il Creato.

Chiarendoci subito che per noi il termine Creato altro non è un sinonimo di un termine molto più usato:  ambiente.

E’ anzi un tema di moda.

La parola “ambiente” affiancata ad altre come tutela, scoperta, valorizzazione, educazione  è pronunciata da molti: nella scuola, sui mass-media, negli enti pubblici.

Verrebbe da dire che questo è un settore “saturo”, in cui noi non c’entriamo, in cui associazioni  più famose - e più organizzate dal punto di vista dell’immagine - hanno già occupato lo spazio disponibile.

 

Invece noi c’entriamo senza dubbio.

Innanzitutto perché chi fa turismo entra inevitabilmente in contatto con l’ambiente circostante.

 I  suoi comportamenti possono danneggiarlo irreparabilmente o fornirne importanti chiavi di sviluppo.

Fare turismo in maniera consapevole vuol dire automaticamente porsi in maniera responsabile nei confronti dell’ambiente che ci circonda.

 

E rispetto a una nostra supposta “aggiuntiva inutilità” va poi chiarito che i nostro approccio rispetto ai temi ambientali  è diverso da quello di altri.

 

Il  CTG è infatti portatore e sostenitore di una concezione antropocentrica dell’ambiente, che vede cioè l’uomo al centro, come custode, ma anche trasformatore attento del territorio in cui vive, e, allo stesso tempo, teocentrica, che considera cioè l’ambiente come creato da Dio e affidato alla cura dell’uomo.

 

Questa visione dell’ambiente e del rapporto uomo-territorio, che trova fondamento nei testi biblici e nella dottrina sociale della Chiesa, si differenzia in modo sostanziale dalle proposte, pur rispettabili, di altre associazioni caratterizzate da atteggiamenti più protezionistici e, per certi versi, radicali.

Insomma, ancora una volta – con tutto il rispetto per le campagne a favore di orsi bianchi, tartarughe, delfini e altri animali del buon Dio – dobbiamo tenere presente che la campagna prima va fatta in favore dell’uomo.

 Di quelli che oggi o in un domani potranno essere vittime di uno sviluppo sconsiderato, di un depauperamento delle risorse, di uno spreco dei beni comuni.

Pensiamo ad esempio all’acqua, considerata fino a pochi mesi fa, fino alla siccità che quest’inverno ha colpito anche il Nord Italia, una riserva inesauribile e a buon mercato.

In realtà è di circa un miliardo e mezzo il numero di uomini, donne, bambini che soffrono una mancanza vitale di acqua.

Una mancanza che frena il loro sviluppo, che frega la loro vita.

 

L’azione  del CTG dunque non può che concretizzarsi in iniziative con forte valenza educativa e sociale. Per questo non solo è giustificato, ma è necessario un impegno  forte dell’associazione per  sostenere i principi dell’”ecologia cristiana”  e per  promuovere e diffondere il concetto di responsabilità verso il creato che va oltre quelli di protezione, tutela, valorizzazione.

 

In questi anni sul tema abbiamo avviato già  esperienze significative e realizzate da nostri gruppi in alcune regioni: l’animazione ambientale per le scuole, il progetto orto, l’attività dei volontari per i beni culturali.  Dovremo nei prossimi anni farle diventare patrimonio comune di tutta l’associazione, potenziarle, ampliarle, renderle testimonianza  unitaria  e coerente della cultura e dello stile CTG.

 

E’ un settore nel quale dovranno impegnarsi particolarmente le nostre case per ferie, spesso a contatto con la natura, con ambienti talvolta a rischio o poco conosciuti.

Vi è una nostra grossa potenzialità in questo segmento, che si può tradurre in un importante salto di qualità nell’offerta delle case per ferie.

Nell’ottica ambientale le  case non sono solamente delle strutture ricettive a basso prezzo per i soci, non sono solo occasioni di finanziamento per gruppi, parrocchie o congregazioni, ma diventano luoghi educativi in cui sperimentare percorsi di formazione delle coscienze.

 

In questo quadro complessivo nel 2001 abbiamo avviato la procedura presso il competente ministero per il riconoscimento del Ctg come associazione ambientalista e iscrizione al relativo albo nazionale.

Sempre per questo abbiamo già  avviato ambiti di collaborazione con associazioni a noi vicine per comune ispirazione cristiana e identità di obiettivi, come il Movimento Azzurro fondato dal compianto senatore Merli.

Un amico del Ctg che personalmente ricordo sempre presente in occasione delle premiazioni del Concorso letterario Bertelli.

 

Nel corso di questo quadriennio abbiamo dedicato al tema l’assemblea nazionale di metà mandato.

Il dibattito sviluppatosi a Frascati ha evidenziato che l’idea di un CTG “ambientalista” non è affatto peregrina, soprattutto dopo aver evidenziato che in ambito cattolico non esistono molte esperienze significative di associazionismo ecologista paragonabili a quelle del mondo laico.

 

Anche in questo caso il CTG può portare il proprio mattone, assieme, in sinergia con altri soggetti, e può candidarsi ad assumere un ruolo di leadership ambientale per il mondo ecclesiale, innanzitutto promuovendo iniziative utili a  diffondere la cultura della responsabilità per il creato.

 

 

 

 

5.

 

Il terzo, ma non ultimo, compito nuovo delineato dal manifesto congressuale è quello dedicato all’animazione sociale.

 

Ogni tanto continuo a trovare qualcuno che di qua o di là afferma di occuparsi solo di turismo, solo di tempo libero, e che tutto ciò non c’entra con la società, anzi con la politica. Questa poi è cosa sporca, corrotta, ecc. ecc.

 

Se il  CTG fosse un'agenzia turistica, il tutto ci interesserebbe forse poco.   Ma noi siamo invece un'associazione che per le sue stesse origini e per la sua storia occupa un posto particolare nel panorama del movimento cattolico italiano.

Noi soci, noi dirigenti e animatori, non siamo " una realtà a parte"  del Paese.

Noi siamo chiamati, nel nostro specifico del turismo, del tempo libero, del volontariato culturale e dell’ambiente, a condividere lo sforzo di tutti gli uomini di buona volontà, a prescindere dalla loro collocazione di schieramento, nella costruzione della Polis comune, secondo un'ispirazione cristiana dell'impegno civile, dello spirito di sacrificio, della solidarietà efficace.

 

 In maniera particolare ciò è valido oggi, in una società percorsa da  pericolose frammentazioni e  spinte individualistiche,  per cui non ci è possibile essere disattenti di fronte alla chiamata ad assumere un preminente impegno per il bene comune.

Sopratutto per un'associazione come il CTG che ha fatto del turismo un mezzo per la conoscenza tra gli uomini,  superando barriere, scontri, differenze e  preconcetti.

 

Anche il recente viaggio a Gerusalemme di un nostro dirigente, all’interno di una missione di pace della Conferenza episcopale, va letto in questo quadro. Noi crediamo che anche il turismo possa avere un ruolo proprio nella costruzione di equilibri di pace. Ma non perché gli eventi bellici possono pregiudicare i flussi economici indotti dai viaggiatori.

Bensì in un ottica secondo cui il turismo, il nostro modo di fare turismo, è fattore di conoscenza reciproca, instauratore di rapporti di amicizia e rispetto,  costruttore infine di atteggiamenti di pace.

 

Ho detto che uno di noi è stato a Gerusalemme, ma con lui era presente tutta l’associazione.

Non è una cosa strana per noi.

Ciascuno di noi è  sul proprio territorio la ricaduta e l’applicazione di un  patrimonio di valori e di esperienze condiviso e gestito dall'Associazione nella pienezza della sua dimensione nazionale.

 

 Solo così possiamo essere inseriti in un circuito di socialità che travalica gli stretti ambiti locali e possiamo offrire molto di più di una semplice opportunità episodica e circoscritta a un luogo, a un momento

Qui sta la forza, qui sta il significato di una associazione nazionale come il Ctg.

In realtà quello che fanno i nostri gruppi sembra essere, a prima vista, non molto dissimile da ciò che fanno altri soggetti pur non aderendo al Ctg. 

Invece, operare nel territorio  come associazione nazionale significa  farsi portavoce, al suo interno, di  proposte e di progetti applicati e condivisi da altre realtà e da altri contesti, pur nella specificità dei luoghi e delle peculiarità ad essi collegate.

 

Mi permetto di esemplificare il discorso con una storiella che mi è piaciuto raccontare già in alcuni congressi regionali.

Un turista si avvicina ad un cantiere dove tre muratori stanno lavorando.

Incuriosito, chiede al primo cosa stesse facendo.

“Io metto un mattone sopra l’altro” risponde il muratore curvo, senza nemmeno alzare la testa.

Non soddisfatto il turista rivolge la stessa domanda al secondo. Questi, continuando a lavorare, stupito della domanda, risponde “io sto tirando su un muro”.

Il turista si rivolge allora al terzo operaio “ e tu cosa stai facendo?”.

Il muratore si ferma, si asciuga il sudore e, guardandolo con un sorriso, gli risponde “ Noi, noi stiamo costruendo una cattedrale”.

 

Ecco allora dove sta prendere il largo per un gruppo, una realtà qualsiasi: capire che non stiamo lavorando ad una attività fine a sé stessa, ma a un progetto che è innanzitutto progetto culturale.

 

 L'associazione deve contribuire allora a  divulgare  e trasmettere  quella   "cultura" nuova rispetto all'utilizzo del tempo libero e alla pratica turistica  di cui è  portatore.

Una cultura che deve permeare società e istituzioni .

Entrare in questa logica, significa porre la premessa per "farsi ascoltare" di più e in maniera più proficua.

 

Ciò non vuol dire che il CTG debba essere la vecchia cinghia di trasmissione o l’organizzazione collaterale di un partito o dell’altro:

Significa invece rendersi pienamente consapevoli della propria funzione e rivendicarla nelle sedi competenti, anche politiche.

Una rivendicazione di  ruolo che non è sempre forzatamente di protesta, ma nemmeno tiepido e accomodante.

Un ruolo che vuole anzi essere propositivo, collaborativo, correttivo di scelte politiche nel caso non rispondano  ad esigenze reali della gente.

 

Ma nel titolo del congresso non vi è un compito generico per il sociale, bensì per l’animazione sociale.

 Dove sta la differenza?

 

Proprio in questo termine “animazione”, oggi talvolta abusato, ma che è per noi lo stile e il metodo con cui intervenire concretamente.

Nel nostro progetto associativo abbiamo detto che per noi animare non è una azione particolare, ma una qualità di molte azioni umane.

Animazione allora non è una azione a se stante, ma è la qualità di diverse attività.

Si anima quando si aiuta la persona a "conservare e a sviluppare la vita", cioè a realizzare pienamente la propria esistenza, la propria umanità.

Certo che così posta l'animazione può apparire come un entusiasmante "modello filosofico".

Ma come realizzarla in pratica.

Come intervenire nei processi sociali da animatori e non da predicatori?

Non è una cosa che si improvvisa, questa animazione.

Richiede preparazione, richiede competenza, richiede esperienza.

Bisogna “formarsi” animatori.

Per questo abbiamo iniziato in questi anni di mandato associativo un cammino formativo rivolto ai giovani dirigenti del Ctg, ma non solo a quelli giovani.

Perché il nostro essere animatori non è andare a far ballare un villaggio turistico per una notte, ma qualcosa di molto più complessivo e intrigante.

 

E’ lo stile, il metodo, che dovrebbero adottare tutti i nostri dirigenti nel gestire l’associazione, nel fare associazione.

Anzitutto all’interno del Ctg, sapendo ben gestire le dinamiche interne.

Ma anche all’esterno, riuscendo a “dare un’anima” anche  a settori, ambienti  e realtà che stanno intorno all’associazione.   

 

 

 

6.

 

Finora abbiamo parlato di prendere il largo.

Abbiamo parlato di un compito nuovo che ci sta di fronte.

Ma con franchezza dobbiamo anche dirci come, con che cosa, vogliamo prendere il largo.

Con quali mezzi e strumenti intendiamo svolgere un compito nuovo.

Perché altrimenti tutto andrebbe inscritto al libro dei sogni da sfogliare ogni tanto o da raccontare ai bambini, anzi ai giovanissimi, come una fiaba.

Il mezzo che abbiamo a disposizione è innanzitutto “questa” associazione.

Con tutti i suoi difetti, con tutte le sue potenzialità.

Con un po’ di stanchezza, un po’ di artrosi forse, che  deriva dai già  tanti anni di cammino, ma anche con la forza della gente nuova che arriva sempre al Ctg.

 

In questo mandato abbiamo cercato di lavorare con un occhio attento alla realtà interna dell’associazione.

Abbiamo cominciato a farci carico anche a livello nazionale di alcune problematiche che potevano sembrare squisitamente locali, ma che non lo erano affatto.

Certe scelte del consiglio e della presidenza nazionale hanno anche comportato una qualche resistenza,  un accenno di protesta.

 Forse, lo riconosciamo, non sempre siamo ben riusciti a chiarire il senso di certe scelte.

Ma dove invece la nostra logica è stata letta non come punitiva, non come una intromissione o ingerenza, bensì come un aiuto, una sussidiarietà, ecco che i risultati sono venuti.

Regioni che erano ferme si sono rimesse in moto.

Realtà in cui non eravamo presenti, hanno oggi una presenza organizzata, magari piccola, ai primi passi, ma esistente.

 

Abbiamo cominciato a fare i primi passi, soprattutto per merito di chi opera sul territorio, per superare quella diffusione dell’associazione a macchia di leopardo più volte in passato denunciata.

Non ci nascondiamo che resta ancora molto da fare, che il lavoro è ancora lungo prima di avere una pelliccia uniforme, ma converrete anche con il detto che “che è meglio accendere una fiammella piuttosto che maledire l’oscurità”.

 

Si è instaurato un rapporto positivo con le rappresentanze regionali, superando alcuni momenti che non ho paura a definire di difficoltà.

Perché se si superano nel confronto sincero, nel dialogo franco, in quella che Paolo definiva la Parresìa , le difficoltà, possono veramente far crescere.

Personalmente giudico questa sintonia una chiave fondamentale per lo sviluppo e l’azione del Ctg.

In particolar modo in questo periodo che vede lo Stato, l’Italia finalmente regionalizzarsi con il passaggio di molte competenze legislative (tra cui il turismo) ai consigli regionali.

Ho usato il termine “finalmente” perché può essere l’occasione per avvicinare le Istituzioni di più alla vita della gente.

Spero che invece non sia – e purtroppo segnali in questo senso già li avverto proprio nella legislazione sul turismo - l’occasione per moltiplicare per venti volte la burocrazia o per confezionare sì un abito molto colorato, ma con le pezze disuguali e raccogliticcie di Arlecchino.

 

Nei prossimi anni, in questo quadro, dovremo sempre più lavorare di concerto innanzitutto tra consiglio nazionale e consigli regionali se vorremo incidere effettivamente, se non vorremo correre il rischio di essere piccoli e insignificanti.

 Ciò comporterà un rilanciato ruolo di queste strutture territoriali, per le quali bisognerà pensare tutti insieme anche ai necessari mezzi operativi, sia tecnici che finanziari, se vorremo avere una struttura, un’organizzazione, modalità operative  di un’associazione adeguata ad oggi.

 

In questi anni trascorsi ci siamo impegnati molto per il rafforzamento in mezzi e uomini della struttura centrale di presidenza.

Ma non per farne un centro di potere romano, neppure per avere una struttura al servizio del presidente, bensì per costituire un centro efficace di servizio di tutta la realtà associativa.

Al pieno servizio di tutti, anche delle necessità dell’ultimo piccolo gruppo nato a Varese o dell’ultima casa  per ferie affiliata nella splendida e lontana Linosa. 

 

Ma ancora non basta.

Il problema del rafforzamento organizzativo, anche se in una modalità leggera, riguarda tutta la struttura associativa.

Credo che non possa essere rinviabile, anzi che possa essere una delle opportunità da cogliere nel prossimo quadriennio, la decisione di una conferenza organizzativa in cui discutere il modello di associazione più adatto al nuovo secolo.

Puntando più a figure operative che a ruoli burocratici, preferendo una strutturazione “leggera” per facilitare il contatto e il coinvolgimento soprattutto del mondo giovanile, ripensando il rapporto tra associazionismo, volontariato e impresa sociale.

Aspetti questi ultimi che sono tutti e tre già presenti al nostro interno e che dovremo sforzarci di coordinare e fondere in un circuito virtuoso.

 

L’altra grossa sfida che dovremo cogliere e rilanciare è quella della comunicazione che passa non solo attraverso un rafforzamento necessario della capacità informative interne, ma anche attraverso la possibilità di portare all’esterno la nostra voce in maniera forte e decisa. Bisognerà continuare nel lavoro che abbiamo iniziato, innanzitutto migliorando ancora la rivista, poi rafforzando la nostra presenza su internet.

 

 

 

7.

 

Tutte queste argomentazioni le avete già trovate, magari espresse anche in forma più completa, nelle tesi preparatorie di questa assise.

Cerchiamo di non chiudere, con la chiusura del congresso, anche il dibattito su quelle tesi.

Assieme al lavoro dibattimentale che svilupperemo qui e alla mozione finale, posono costituire un utile strumento di confronto e dibattito all’interno delle nostre realtà.

Portiamole nei consigli di gruppo, di comitato, e cerchiamo di adattarle di incarnarle nelle diverse esperienze locali che ciascuno incontra sul proprio cammino.

 

Sono tutte tesi che ci richiamano ad una conferma di impegno e di servizio verso la singola persona, verso il contesto sociale e istituzionale di riferimento, verso la comunità ecclesiale.     

Stiamo attenti: non sono tesi di routine, ma contengono una forte carica “rivoluzionaria” e  richiedono, in chi le legge  e le discute,  attenzione,  disponibilità a interrogarsi, capacità critica.

Per essere capaci - come indica Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia – orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il primo decennio del 2000 della Chiesa Italiana -  di “vigilanza profetica” ed essere “costruttori di processi di umanizzazione piena e vera socializzazione nell’ambito sempre più ampio del tempo libero”.

 

Un cammino che non è facile. Perché la nostra non è un’agenzia – dicevamo – una impresa commerciale il cui ricavo o perdita possono essere facilmente stimati alla chiusura del bilancio finanziario.

Al di là del rendiconto economico che la legge ci impone di fare, il vero nostro bilancio è su parametri lontani da quelli finanziari e più vicini a quel pensiero di Gedda a Carretto letto all’inizio.

Un compito non facile.

Non ce lo siamo certo nascosti, fin dall’inizio.

 

Ben sappiamo che non sono molti  coloro che, con spirito volontario e senza alcun fine speculativo, promuovono le nostre attività come fattori di crescita umana, come occasioni di scambio e confronto culturale, come  strumenti di socializzazione e di solidarietà.

Dobbiamo avere la consapevolezza di essere una minoranza, ma senza cedere al sentirsi  incompresi, trascurati se non addirittura discriminati. Senza cedere al rischio della chiusura e dell’autoreferenzialità.

Un rischio che troviamo accentuato in molte realtà del mondo cattolico in particolare.

Un mondo della diaspora in cui quando non si sa cosa fare si fonda una nuova associazione, convinti che a far da soli ci si guadagni.

 E’ la strada giusta per autocondannarsi a una  relativizzazione ulteriore.

 In altre parole è il metodo per poter controllare pienamente… un segmento che conterà sempre meno.

 

Già quattro anni fa, a Lignano avevamo nel titolo del congresso individuata la necessità della rete. Una rete che non è uno slogan ma che si traduce nella necessità di collaborare, lavorare insieme, integrare  risorse e competenze, tracciare percorsi comuni. 

Anche nel pubblico, dalla comunità europea agli enti locali di base, l’esplicito invito  che giunge a chi  opera nel sociale  è quello di cercare collaborazioni, creare reti,  tra pubblico e associazionismo  e tra  realtà del privato sociale.

 

In questa chiave occorrerà  tessere  una rete di rapporti  anche in collegamento con altre realtà associazionistiche di comune impegno.

Poichè siamo convinti che dar vita a qualcosa insieme ad altri è sempre più incisivo e carico di risultati, dovremmo impegnarci per  promuovere azioni di coordinamento al fine di moltiplicare le risorse e le potenzialità.

         

           

Mi sto chiedendo se, dopo tante divisioni, dopo tanto indebolirci in tante sigle e siglette, non sia giunto il tempo di una provocazione forte che ci interpelli tutti.

La proposta è quella di pensare alla costituzione di una realtà, di un patto,  che raccordi le esperienze di area cattolica nel settore del tempo libero.  Ma non per creare inutili sovrastrutture, bensì per dare risposta concreta alle aspettative, offrire  opportunità nuove, aprire orizzonti più ampi.

 

A dire il vero, alcuni tavoli sull’argomento si sono già aperti in questi anni, naufragando poi puntualmente.

Qui siamo a Rieti, in montagna, e il naufragio – almeno per questo - dovrebbe essere più difficile.

 

Non bisogna demordere, se è nostra convinzione che questa sia la strada giusta.

Sto pensando in particolare all’esperienza avviata recentemente col Csi nel progetto di Circoli culturale e sportivi nella parrocchia.

Un progetto nato da un’idea del Csi – organizzazione nostra consorella per tradizione e comunanza di ideali -  e che ha visto la nostra collaborazione sin dall’inizio.

Un progetto che potrebbe però diventare a tutti gli effetti un progetto comune, pienamente condiviso, una proposta moderna e diffusa di oratorio nelle parrocchie.

Ma un progetto che può avviare anche altre importanti sinergie tra di noi, mantenendo ciascuno la propria specificità di associazione turistica e di associazione sportiva, ma che al tempo stesso può contribuire a mettere insieme aspetti comuni, come quello dell’informatizzazione, del tesseramento, della formazione di base.

Cose su cui già stiamo insieme lavorando nei fatti.

 

Quasi quarant’anni fa la FARI, la federazione delle attività ricreative italiane, organizzazione femminile di sport, turismo e tempo libero, si scioglieva entrando nel Ctg e nel Csi.

E’ una provocazione troppo forte ripensare a un cammino a ritroso?

E cioè che in un futuro molto prossimo, CSI e CTG stringano tra di loro un patto federativo, ricostituendo una Federazione delle Associazioni Ricreative Italiane?

Una federazione che vada oltre una semplice intesa collaborativa a due, ma che si apra  a chi vorrà starci portando il proprio originale apporto.

Non quindi una fusione, ma un mettere insieme strategie e capacità su settori comuni.

Non una confusione di campi d’azione o di ruoli, non la dismissione delle sigle di ciascuno, ma la costruzione di un retroterra sulle cose e idee che abbiamo e possiamo mettere in comune.

 

Credo che tutto ciò vada avviato, senza paura, nel quadro di un disegno alto e impegnativo in cui il Ctg sia pronto ad assumere un ruolo propositivo nella questione della riorganizzazione complessiva delle esperienze di tempo libero maturate dal laicato nel nostro paese, con la conseguente disponibilità a mettere in discussione innanzitutto sé stesso.

  

  

 

8.

 

Mi avvio alla conclusione.

Con un ringraziamento e un auspicio.

 

Non posso concludere senza prima ringraziare l’associazione intera per tutto quello che mi ha dato in questi anni.

Senza retorica devo dire che ci sono stati per me momenti felici, addirittura esaltanti, come quello in San Pietro il 10 aprile 1999 in occasione del cinquantennio.

Ma non ci nascondiamo che ci sono stati anche momenti di difficoltà, di tristezza.

 

Credo però che, nella bilancia del quadriennio, il piatto  penda decisamente più dalla prima parte.

Per questo il ringraziamento e il merito va a tutte le persone che hanno fortemente collaborato in questi anni, in presidenza, in consiglio, in tutte le varie strutture e realtà, per questo nostro Ctg.

Difficile nominarne qualcuno senza commettere imperdonabili omissioni.

 

Grazie dunque a tutti, non solo a nome dell’associazione, ma anche mio personale, per aver lavorato, litigato, gioito insieme.

Grazie veramente, anche per aver sopportato pazientemente tutti i miei difetti, che non sono pochi, e per avermi corretto quando sbagliavo.

 Alcuni di questi amici termineranno il loro compito con questo congresso, altri continueranno.

 Il mio augurio per i primi è che non si ritirino a vita privata ma che continuino, come sono certo che  hanno già iniziato a fare, il loro impegno in un ruolo nuovo.

A quelli che hanno dato invece la disponibilità a continuare – e io tra questi – e a quelli nuovi che daranno generosamente la disponibilità ad assumere un ruolo nazionale, l’invito è ad avere  una disponibilità nel vero senso della parola.

Non stiamo ottenendo il risultato prestigioso di una carriera.

 Stiamo per continuare a fare i dirigenti associativi mettendoci nell’ottica di servire non un gruppo, una regione, ecc, ma tutta l’associazione nazionale.

Quelli che saranno eletti non dovranno essere consiglieri veneti, toscani, pugliesi, romani, ecc.

Ma consiglieri che abitano in una regione e sono consiglieri nazionali con un ruolo preciso da svolgere, non per la durata della riunione, bensì come costante e primario impegno nell’associazione.

Consiglieri che si occupano  innanzitutto del Ctg nazionale, trascurando, se qualcosa si deve trascurare, proprio la realtà di appartenenza.

Scegliendo di lavorare per tutti e, per primi, per coloro che sono in difficoltà o in debolezza.

Qui sta un modo per testimoniare il principio di sussidiarietà che abbiamo adottato ufficialmente nel congresso di Lignano, ma sta soprattutto un modo per testimoniare il Vangelo.

 

Anche per noi infatti c’è una vocazione, una chiamata.

Ce lo ricordava il cardinale Sodano quel 10 aprile alla Cattedra di Pietro con l’ ”invito a non chiudersi in sé stessi  e nei propri interessi, ma ad aprirsi all’intera umanità con l’animo del viandante affascinato dalle bellezze dell’universo e della ricchezza dello spirito umano.

Predicate il vangelo a ogni creatura!

 Ecco una missione esigente che vi impegna a fare di tutta la vita un pellegrinaggio apostolico e missionario.

Ovunque vi recate, portate la speranza e la gioia”.      

 

Mettiamoci dunque in cammino, con un compito che è impegnativo ma proprio per questo affascinante.

Senza paura di prendere il largo.

Possiamo farlo.

Senza sopravvalutarci, ma recuperando quel sano orgoglio che viene dalla nostra storia, da questi oltre cinquant’anni in cui altri giovani, donne e uomini,  hanno iniziato e portato avanti un’opera importante, che siamo ora chiamati a continuare.

Noi possiamo farlo.

 

Ho letto recentemente (me l’hanno donato gli amici di Genova) un libretto di Don Giuseppe Rovea, consulente ecclesiastico del Ctg dei primi anni.

Un libretto da noi edito e che andrebbe ristampato tanto è ancora attuale.

C’è un capitolo che s’intitola Timshel.

“Timshel  non è il nome di una montagna himalaiana.

Timshel è la parola ebraica che dice “tu puoi”

Timshel, tu puoi, è veramente la parola più importante del mondo dopo quella di “Dio”…

Timshell, tu puoi, è una parola immensa …

Timshell, tu puoi: dipende da te. Puoi fare un turismo che ti porti alla scoperta dei valori più belli e nobili della vita: la bellezza, la bontà, la generosità, la comprensione verso gli altri uomini, la tradizione che ti giunge attraverso i secoli e che ti innalza. Ed allora la tua anima, questa cosa splendida ed unica dell’universo si arricchirà di valori positivi, come tanti gradini che ti condurranno in alto, verso le stelle.”

 

Come tanti gradini, o come le mongolfiere del nostro manifesto congressuale.

Anch’esse in volo verso le stelle, a prendere il largo più largo che c’è, quello che sta sopra di noi.

 

Tu puoi, Ctg, timshel.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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